“A settembre un Recovery Plan italiano”: l’informativa di Conte alla Camera

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Un Recovery Plan italiano basato sul fondo NextGen (ancora da approvare), un no al Mes, ma solo per il momento, e tanta retorica: nell’ìnformativa alla Camera Conte è avvocato di se stesso

Aggiornando il Parlamento in vista del prossimo Consiglio europeo del 19 giugno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha lanciato l’idea di un “Recovery Plan” italiano da proporre a settembre vincolandolo all’evoluzione dell’analogo e strutturato progetto della Commissione europea in via di discussione. L’informativa avviene a metà della discussione riguardante il piano della task force di Vittorio Colao nella “terza camera” da lui convocata a Villa Pamphili (gli “Stati generali).

Il rischioso Recovery Plan di Conte

“Vi confermo che il governo vuole farsi trovare pronto all’appuntamento con gli strumenti di finanziamento europeo”, ha detto il presidente del Consiglio nell’informativa alla Camera dei Deputati che cade in pieni “Stati generali” e a due giorni dalla riunione in videoconferenza del Consiglio europeo.

Conte gioca una partita pericolosa. Il premier rivendica come un suo successo il fatto che la Commissione europea abbia iniziato la discussione del fondo Next Generation Eu (“abbiamo convinto anche i più dubbiosi”) quando, in realtà, Roma non ha presentato alcuna proposta formale sul tema. Tra le varie proposte comparse sul campo, l’unica firma italiana è stata quella apposta dal commissario Paolo Gentiloni a un piano del collega francese Thierry Breton. Sono poi giunti piani dal governo francese di Emmanuel Macron, proposte ambiziose dall’esecutivo spagnolo di Pedro Sanchez, strategie radicali da parte dei falchi del rigore e, a sintesi dei confronti, una posizione comune franco-tedesca che ha dato il là al NextGen Eu da 750 miliardi di Ursula von der Leyen su cui ora si tratta. Nulla da Roma, che a lungo ha chiesto genericamente l’emissione di eurobond senza mai dettagliare le sue proposte; di più, Conte vincola un piano non ancora presentato a un fondo europeo di cui si deve ancora decidere la reale entità, il valore dei contributi a fondo perduto e, soprattutto, il reale margine di manovra a favore di Roma.

“Dobbiamo far ripartire l’economia italiana su nuove basi per un progetto di riforme ambizioso per dare un futuro migliore al Paese. Il governo è coeso, ci spinge la fiducia”, afferma sicuro Conte. Ma vincolarsi a NextGen ha dei rischi. C’è il rischio che la montagna partorisca il topolino, dato che NextGen subisce l’assalto alla diligenza da parte dei falchi guidati dall’Olanda e dai Paesi del blocco Visegrad guidati da Viktor Orban, che chiedono severe condizionalità sui prestiti, meno risorse a fondo perduto e un taglio alla dotazione complessiva. Secondo Conte è l’ora di dare “prova di coesione anche sul piano nazionale”, superando logiche “particolaristiche e localistiche”. Ma il Recovery Plan sarà in qualche modo legato al Piano Colao? Se sì, in che misura? Il premier nell’informativa non lo stabilisce. E se non lo sarà, a che sarà servita la kermesse di Villa Pamphili?

No al Mes, per ora

“Sul Mes, non ci sono novità rispetto a quanto già dichiarato. C’è una discussione, ognuno fa delle valutazioni, ma noi come governo non abbiamo necessità di attivare il Mes“. Sul piano di utilizzo del fondo salva-Stati Conte non si muove dalla sua posizione di sostanziale cautela che lo ha contraddistinto nelle scorse settimane, tenendolo a lato dell’aspro contenzioso politico apertosi negli ultimi tempi.

Il fondo salva-Stati fa discutere ma non rappresenta ora come ora una priorità per Roma. Conte non esclude, però, che qualcosa possa cambiare nel prossimo futuro, aggiungendo che “dovremo costantemente aggiornarci sul quadro di finanza pubblica, nella situazione che stiamo attraversando non ci sono certezze, in questo momento l’andamento dell’economia è imprevedibile. Noi faremo costantemente di conto e faremo tutte le valutazioni in Parlamento”, lasciando presagire che se ricorso al Mes sarà, Camera e Senato dovranno dare la bollinatura definitiva.

Non è andata così sul fronte di una possibile votazione sul fondo al termine dell’informativa del premier. Temendo che un voto del Parlamento sul Mes potesse rappresentare una mina sul percorso politico dell’esecutivo il Ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, pentastellato, ha scritto ai presidenti di Camera e Senato, sottolineando che “il presidente del Consiglio ha chiesto di tenere una informativa anziché comunicazioni. In conseguenza di ciò, al termine delle informative alla Camera ed al Senato non si dovranno votare risoluzioni, come invece accade nel caso delle comunicazioni”.

“In gioco la reputazione dell’Europa”

Conte è tornato poi a battere su un chiodo molto spesso colpito nelle ultime settimane: il legame tra le riforme delle politiche europee e la reputazione dell’Unione stessa. “In queste settimane sono in gioco la reputazione, un miglior futuro dell’Europa e dei suoi stati membri“. Il Paese affronta “il momento di agire con spirito di piena coesione anche sul piano nazionale”: ma come abbiamo visto più volte Conte si è in realtà comportato in maniera diametralmente opposto a quanto predicato. L’iniziativa degli Stati generali è solo l’ultima di una serie di prese di posizione che hanno segnalato il graduale scollamento dell’esecutivo dal dibattito concreto e reale nel Paese. Nell’informativa Conte prova a blindarsi e a immaginare scenari futuri di rilancio dell’Italia: ma essi si scontrano con un presente di confusione e approssimazione. E la sempre maggiore refrattarietà al dibattito e al confronto di idee del presidente del Consiglio segnala la difficoltà della sua azione politica.

Fratelli d’Italia ha deciso di non presentarsi per l’informativa del premier Giuseppe Conte mentre i deputati della Lega hanno deciso di abbandonare l’aula.


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