Addio alla “Kripke dei calepini”, la più grande collezionista di dizionari

Solo a chi si interessa di filosofia del linguaggio risulterà noto il pur esimio Saul Kripke e la sua ragguardevole Logica dei nomi propri. Ancor meno diffusa sarà la conoscenza del termine “calepino”: significa “grosso vocabolario”, e viene dal nome di un’opera compilata da un cinquecentesco Ambrogio da Calepio. Parlando di Madeline Kripke (scomparsa a 76 anni per coronavirus lo scorso 25 aprile a New York) bisogna allora resistere alla tentazione di chiamarla “la Kripke dei Calepini”. Risulterebbe poco comprensibile ai più ed è un peccato perché invece è il titolo migliore per la storia di una signora che nel suo appartamento al Greenwich Village stipava quelli che ci potevano entrare fra i ventimila vocabolari della sua collezione.

Quando i genitori da cui era nata nel 1943 – lui, rabbino; lei, scrittrice di racconti religiosi per l’infanzia – le regalarono il primo certo non pensavano di posare la prima pietra di un colossale monumento alla lessicografia, che sarebbe stato eretto in forma di collezione privata da quella che allora era una scolara appena uscita dalla scuola elementare. Dell’effetto che le aveva fatto quel dono lei avrebbe detto: “Mi ha aperto un mondo”. Con ciò perpetuava un luogo comune mentre ne smentiva un altro. Di ogni atto che si rivelerà capace di inaugurare un’abitudine si dice infatti comunemente che “ha aperto un mondo”. La prima volta che l’amazzone era salita a cavallo, la prima volta che il futuro scalatore aveva piantato un chiodo nella roccia, la prima volta che il melomane ha ascoltato Mozart. Però il vocabolario qualcosa del mondo lo ha davvero, e non solo per analogia.

Il fratello della signora Kripke, quello dei nomi propri, e i suoi colleghi discutono da secoli e anzi millenni qual è il modo che le parole hanno di stare al mondo e pretendere di rappresentarlo. È però certo che il mondo si guarda aprendo non solamente le finestre bensì anche i vocabolari: alternare le attività è saggio, ma la vista che si ha da un buon vocabolario è in molti casi la migliore. Il secondo luogo comune, quello smentito, dice che il vocabolario è uno solo ed esaurisce ogni necessità. A scuola infatti i professori dicono: domani portate “il” vostro vocabolario. Possederne un secondo è da eccentrici; un terzo è da specialisti, oppure si va nel losco. E disporne di ventimila? Chissà quanta polvere, pensano subito i non bibliofili. Chissà le solette, temeranno i condomini. E infatti la collezionista Kripke a un certo punto ha dovuto scongiurare lo sfratto, poiché aveva cominciato a ammonticchiare vocabolari anche sul pianerottolo comune.

Le domande a questo punto sono due, come i luoghi comuni. La prima è banale, ma non porsela è impossibile. Cosa faceva, Madeline Kripke, di ventimila opere di consultazione dei più disparati generi e provenienze? A che le servivano? Fra le sue diverse occupazioni è stata anche redattrice e correttrice di bozze, ma in altri periodi fu insegnante e assistente sociale, tutte figure professionali a cui per il solito basta una dotazione lessicografica modesta quando non minima. Un hobby, quindi? Un’ossessione? Le storie dei grandi eccentrici ci fanno gettare sulle nostre abitudini, tanto medie, uno sguardo allarmato che cerchiamo di chetare cercando di predisporre recinti categoriali. Ma a cosa serve l’amore? La Kripke dei Calepini amava, professava il suo amore e ciò non era privo di conseguenze. Ai visitatori del suo ricettacolo scaffalato mostrava opere anche secolari. La sua predilezione andava alle stratigrafie dei blocchi lessicali più sommersi e compatti della lingua inglese: i lemmari dei diversi slang, opere la cui compilazione avrà comportato anche qualche rischio ai bravi ricercatori, costretti a battere bassifondi e intervistare parlanti animati da proverbiale e pragmatica vocazione al sospetto verso i curiosi. Ci vuole coraggio a stabilire le esatte sfumature di certi lemmi impiegati solo in qualche ben circoscritto angiporto.

I diversi ritratti kripkiani, alcuni pubblicati con lei ancora in vita, raccontano di una persona invece molto generosa nel fornire indicazioni su etimi, pronunce e soprattutto esatte definizioni di termini scurrili a chi gliene chiedesse. Questo ci dice che la sua non era la collezione di una Paperon de’ Paperoni: spendeva i suoi dobloni, la signora Kripke. Le parole erano il suo argomento; la loro varietà era il suo universo. Quando il mondo si era dimenticato di una parola, lei gli veniva incontro con cortesia, con sapienza e gliela forniva. Chissà poi le conversazioni con quel fratello. Avranno mai giocato a Scrabble? Qualcuno lo chieda, passato il lutto, all’eminente prof. Saul. Sarebbe bello se confessasse di non aver mai osato sfidarla, per la ragionevole certezza di andare incontro a una sconfitta.

L’altra domanda è più difficile, e malinconica. Figure come la collezionista di vocabolari del Greenwich Village esisteranno ancora? Ci sarà ancora una scolaretta che comincia una collezione che fra sessant’anni le farà rischiare lo sfratto da padroni di casa e condomini poco comprensivi? In un mondo che smaterializza la sua memoria – con enormi vantaggi per l’economia dello spazio e per quella dell’accessibilità dell’informazione – riscontriamo che le collezioni presuppongono corpi materiali e dotati di massa – siano essi vocabolari, bambole, pistole ad acqua o ritratti rinascimentali.

Cosa può aprire un mondo, oggi, a una bambina? Non si vuol dire che il mondo sia ormai privo di porte. Ne ha anzi più di prima. Il problema è che sono – all’apparenza – tutte già aperte.

Sicuramente non la pensava così la signora Madeline Kripke, la cui fotografia più struggente la ritrae in poltrona mentre sorregge il pezzo più antico della sua collezione. È un volume enorme, risale a un’epoca immediatamente post-Gutenberg, un dizionario latino del 1502. Anzi, non un dizionario ma proprio quello: l’opera di Ambrogio da Calepio. Sommersa dalla sua mole, Madeline, la Kripke dei Calepini, aveva l’aria di essere esattamente al proprio posto.



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