Aiuto, non mi ricordo niente

Battere tutto il quartiere cercando l’automobile parcheggiata chissà dove e alla fine essere costretti a prendere l’autobus. Telefonare a un amico per fissare un appuntamento già fissato il giorno prima. Dimenticare un fatto o un luogo, cancellare completamente e improvvisamente un ricordo. Sono i classici vuoti di memoria. Che tutti sperimentiamo più o meno spesso. Ma cosa succede nel nostro cervello quando va in black out e qual è il limite oltre il quale questi buchi di memoria devono preoccupare? 

Le cause possibili

“Il cosiddetto vuoto di memoria non è un concetto neurologico ma un’espressione del linguaggio comune che definisce l’incapacità momentanea di ricordare un’informazione che pure abbiamo immagazzinato. Un po’ come se quel dato non fosse stato taggato, etichettato come importante, per usare il linguaggio dei social”, spiega Alberto Albanese, professore di Neurologia e responsabile dell’unità operativa Neurologia dell’Istituto universitario Humanitas di Milano. Partiamo dalle cause, quali sono le ragioni del vuoto di memoria? “Per esempio una certa misura di stress: siamo sottoposti a centinaia di input ogni giorno e già questo non aiuta a focalizzare l’attenzione. Come non aiuta la presenza di altri pensieri dominanti, ingombranti, o le preoccupazioni. E non aiutano alcol o marijuana”.

Non possiamo ricordare tutto

La memoria è una cosa fisica è fatta di connessioni tra cellule e di sintesi di molecole, ed è un fenomeno eterogeneo e complesso che coinvolge diverse zone del cervello “e l’ippocampo è l’area deputata alla fissazione delle nuove informazioni, che diventeranno i ricordi – riprende Albanese – il fatto è che non possiamo ricordare tutto. Il cervello fa delle scelte, pratica un’attenzione selettiva. Semplificando, decide istante per istante cosa ricordare e cosa tralasciare in base al contesto. Il cosiddetto vuoto di memoria è un piccolo errore temporaneo in questa attività di selezione”. Tutto questo, entro certi limiti è normale, ma c’è una misura oltre la quale questi piccoli fisiologici black out possono essere interpretati come sintomi di un danno o di una patologia agli esordi? “Un allarme può scattare quando i black out diventano sistematici – riprende l’esperto – per esempio se un giocatore di carte non riesce più a fare i conti del gioco. Quando si va al supermercato e una volta lì non si sa cosa comprare. Quando non si ricordano luoghi del quartiere dove si vive da anni. Ma ripeto – ribadisce l’esperto – è quando tutto questo avviene con frequenza, con sistematicità che potrebbe essere il caso di sottoporsi a test neuropsicologici”.

Che cosa sono i test

I test neuropsicologici a cui fa riferimento il neurologo consistono sostanzialmente in batterie di domande e servono mappare le funzioni del cervello: oltre alla memoria valutano  la capacità di pianificazione, il linguaggio, la gestualità e servono per ipotizzare eventuali danni cerebrali traumatici o degenerativi “ma anche depressioni che possono provocare delle  forme di  pseudodemenza e che si curano con antidepressivi”, aggiunge Albanese.  
Ma la buona notizia è che la memoria si può esercitare e che si può abbattere il rischio di perderla, col tempo, adottando uno stile di vita adeguato. “Esercitare la memoria significa immagazzinare e richiamare informazioni, come una sorta di neuro-ginnastica, e si può fare a ogni età: da bambini per esempio ripetendo le poesie o facendo riassunti, da adulti vanno bene anche le parole crociate. Inoltre non va sottovalutata la prevenzione: ci sono studi pubblicati che associano l’attività fisica aerobica praticata con regolarità e la dieta mediterranea a migliori aspettative di capacità cognitive e a un rischio futuro ridotto di demenza e malattie cerebrovascolari”. Quindi, non dimenticare di mangiare sano e di muoversi.

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