Arte: 2021 vede nero, le grandi mostre non si improvvisano

Il 2020 è stato durissimo per il sistema delle mostre d’ arte? L’ anno prossimo andrà peggio. Per i musei e le sedi espositive i nodi intravisti nel primo lockdown e ora con la nuova stretta verranno al pettine e a pagarne i prezzi saranno tutti i soggetti coinvolti nell’ organizzazione delle esposizioni. La previsione nera circola tra i responsabili delle società di comunicazione e gli uffici stampa che promuovono eventi e rassegne, preoccupati da un andamento che non lascia immaginare spiragli, soprattutto per l’ allestimento degli appuntamenti di grande richiamo. ”I contratti con i clienti sono annuali. Chi garantisce che saranno rinnovati? E’ difficile programmare con una capienza minore quando i costi restano gli stessi”, dice Luca Melloni, amministratore di Clp Relazioni Pubbliche, agenzia ‘storica’ fondata a Milano nel 1968 da Cesare Parmiggiani. Dall’ inizio del primo lockdown alla fine del 2020 sono saltati una quarantina di appuntamenti grandi e piccoli curati in tutta Italia dalla struttura, che ha sei dipendenti assunti e arriva a seguire un centinaio di iniziative l’ anno. ”Organizzare una grande esposizione può richiedere anche due-tre anni di lavoro scientifico – fa notare Melloni – e per quelle di importanza eccezionale investimenti fino a tre-quattro milioni di euro. Oggi si mettono su mostre di ogni genere in tre mesi ma il discorso è completamente diverso”. La nuova chiusura ha avuto anche il sapore della beffa perché molti organizzatori avevano impegnato somme notevoli per la sicurezza, il distanziamento e il controllo sulle presenze ma il provvedimento non ha fatto distinzioni. L’ incertezza di questi lunghi mesi di emergenza ha bloccatO ogni velleità di programmazione. ”Ora sono tutti fermi – osserva il responsabile dell’ agenzia -. Le grandi mostre previste nel 2021 sono state già spostate al 2022. Per continuare a organizzarne una di livello medio e sperare nel pareggio bisogna prevedere un break even di almeno 30 mila paganti”. La strada da seguire, anche per le difficoltà di ottenere prestiti stranieri, è ”valorizzare le collezioni dei singoli musei e cercare partner privati per sostenere i costi. In passato gli enti pubblici assicuravano il gettone economico ma ora Regioni e Comuni sono più poveri”. Si deve comunque essere ottimisti senza trasformarsi in kamikaze, sottolinea, tenendo presente che oggi la fortuna di una mostra è legata strettamente a come la si pubblicizza. ”Nei momenti di difficoltà è ancora più importante investire nella comunicazione – fa notare Melloni -. Il titolo e l’ immagine-guida sono fondamentali. Gli eventi sono per il grande pubblico più che per gli storici dell’ arte”. Un esempio? Nel successo della grande rassegna su Giulio Romano che nel 1989 a Mantova richiamò 270 mila visitatori in 45 giorni ebbe un peso notevole il fatto che tra i prestatori di alcuni disegni ci fosse un A. Delon di Parigi. Si scoprì che il proprietario era proprio l’ attore, collezionista appassionato di opere di autori classici italiani. ”In mostra i disegni di Alain Delon”, fu la linea vincente del battage. Melloni ricorda anche la foto che nel 1955 ritrae Antonio Ligabue accanto a Parmiggiani durante la presentazione della sua prima personale di venti dipinti alla Fiera Millenaria di Gonzaga (Mantova). Il pittore, però, si annoiò subito e senza dire nulla se ne andò nel bel mezzo della conferenza stampa. ”Oggi – riflette – bisogna ingegnarsi per mantenere alta la qualità puntando sulla particolarità. Il problema è che l’ arte e il turismo, considerati settori importanti per il sistema economico, sono i primi ad essere colpiti. La cultura viene declassata a servizio non essenziale anche se tra le sue funzioni c’ è quella del conforto. E’ faticoso per molti accettare la chiusura totale dopo aver investito tanto per trovare soluzioni e adeguarsi alle norme”.


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