Bernard-Henri Lévy, folli da virus

BERNARD-HENRI LEVY’, ‘IL VIRUS CHE RENDE FOLLI’ (LA NAVE DI TESEO, PP. 107, EURO 10,00) Nella storia della letteratura ci sono stati tanti grandi autori che ”avevano avuto l’ardire di prendersi quella libertà di scrivere del proprio isolamento, c’erano stati grandi malati (Proust), pazzi furiosi (Holderlin, recluso trent’anni nella torre del falegname Ernst Zimmer a Tubinga), o, molto semplicemente, individui rinchiusi o incarcerati (Sade, Xavier de Maistre, Ezra Pound, Dostoevskij, Francois Villon, Antonio Gramsci, Giacomo Casanova, Silvio Pellico) – ma mi pareva che, tranne forse de Maistre, nessuno fosse caduto nella trappola di vedere il proprio isolamento come un’opportunità o una possibilità da cogliere”. Insomma cercare la rigenerazione e la prospettiva positiva in una situazione drammatica come la pandemia e il lockdown è una delle tante follie che per Bernard-Henri Lévy hanno trovato spazio in questa situazione inedita di crisi. L’inferno non sono gli altri ma sei tu, spiega ancora Lévy in Il virus che rende folli, e per questo nell’isolamento e nel distanziamento imposto dall’epidemia che ha colpito il mondo, e non è ancora arrivata alla sua fase finale, non c’è nulla di buono. Un mondo e una fase complessa nella quale, sottolinea il filosofo francese, ci siamo persi persino in definizioni bizantine, come quella di ”congiunti” o ”affetto stabile” in Italia, autocertificazioni e ricerca del senso più profondo dell’alterità. Un mondo in cui non erano stati fatti calcoli sulle conseguenze di quello che stava accadendo e tantomeno delle decisioni che via via sono state prese: ”ho cominciato ad essere nostalgico della lezione di sobrietà di Rieux e Oreste”. Uno stato confusionale insomma, nel quale ricorda Lévy sono state chiamate in causa anche motivazioni apocalittiche, si è parlato persino di ”un avvertimento della natura’, mentre gli stessi medici con le loro versioni contraddittorie, spiega, hanno mostrato la loro fragilità. ”Peccato che tutto questo non abbia senso. E, avendo avuto la fortuna di essere entrato nel territorio della filosofi dalla porta dell’epistemologia, so che la ‘comunità’ degli scienziati non è più comunità di altre; che è attraversata da linee di frattura, sensibilità e interessi divergenti, gelosie meschine, dispute fondamentali; so che il mondo della ricerca è un Kampfplatz, un campo di battaglia”. Il fatto è che. come spiega bene Lévy, è che la legge dello stupore ci ha colto tutti, lasciandoci con un bilancio indefinito, del quale è ancora difficile tirare le somme, un cambiamento epocale come quello che seguì alla peste di Venezia del 1575, e poi quella di Milano del 1576 e dell’Italia del Nord intera del 1629-31 e poi di Napoli del 1656 e di Siviglia del 1647, e ancora quella di Genova nello stesso anno di Marsiglia nel 1720. Per citarne alcune che fecero milioni di morti. ”Da questo provvidenzialismo nero, da questo catechismo virologico che ha reso i nostri appartamenti di confino altrettanti purgatori e lazzaretti, da questo pensiero magico e punitivo, nessuno è rimasto completamente indenne”. (ANSA).
   


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