Capre rosse contro il pecorino sovranista

Mettiamo subito le mani avanti: la polemica sul pecorino fascista è una polemica da capre. Non ce ne vogliano le pecore

Mettiamo subito le mani avanti: la polemica sul pecorino fascista è una polemica da capre. Non ce ne vogliano le pecore. E, sgomberiamo subito il campo da un legittimo dubbio, non c’entra nulla il mitologico «er pecora», alias Teodoro Buontempo, ruspante esponente della destra missina romana. No, qui di mezzo ci sono solo una forma di pecorino toscano e il lombardissimo Matteo Salvini. Il leader della Lega, è noto, ama fotografarsi con tutto quello che incontra durante il suo perenne tour elettorale. Venerdì, in provincia di Pisa, insieme alla candidata Susanna Ceccardi, va a fare visita a un noto caseificio della zona. Normale campagna elettorale. Ovviamente, tra una caciotta e l’altra, il Capitano si fa un selfone mentre annusa una forma di pecorino. Apriti cielo. Sul web scoppia il pandemonio. «Salvini si è abbassato di nuovo la mascherina», attacca il solito cretino da tastiera. Grazie al cavolo, stava annusando una caciotta e le narici, fino a prova contraria, sono gli unici orifizi che un uomo ha a disposizione per sfruttare l’olfatto. Ma il peggio viene dopo e ad aprire le danze non è un anonimo odiatore, ma un politico di professione: «Eravate i miei preferiti, adesso non comprerò più i vostri formaggi» commenta Dario Danti, assessore a Volterra ed ex rappresentate di Sel. Alla disfida del pecorino si accodano subito le Sardine e, a questo punto, preme ricordare al lettore che stiamo ancora parlando di politica (ahinoi), nonostante le tematiche gastronomiche e i toni da osteria. A stretto giro di posta arrivano le piccatissime repliche delle truppe salviniane. Inizia così il boicottaggio del caseificio Busti e si moltiplicano gli appelli accoratissimi, intellettualissimi e antifascistissimi, a non acquistare quel pericoloso formaggio colpevole di essere stato troppo vicino al naso sovranista di Salvini. La cosa farebbe molto ridere, se di mezzo non ci fosse una storica azienda con più di 120 dipendenti. E che, per altro, non c’entra nulla con Salvini: nelle settimane precedenti ha ricevuto visite di esponenti di ogni partito politico e, correttamente, si è guardata bene dal pubblicizzare tutti questi incontri. Compreso quello con l’ex ministro dell’Interno. Boicottarla è una stupidaggine che rischia di essere pure dannosa. Per l’azienda innanzitutto. Ma anche per la sinistra: Salvini si fotografa con ogni tipo di genere alimentare (in taluni casi di dubbio gusto): dal ragù in scatola alla Nutella, passando per pizze, piatti infiniti di pastasciutta e bicchieroni di birra. Se si mettono a boicottare tutto quello che trangugia il capitano rischiano di scomparire per inedia, ancora prima che elettoralmente. Ma ormai il danno è fatto. Così l’ultima ossessione di una sinistra sempre più in crisi di nervi e di identità è un pecorino farcito con i pistacchi di Bronte, cittadina dove immaginiamo che verranno sicuramente organizzati flash mob e sit in per certificare l’assoluto antisalvinismo degli ignari pistacchi. Nemmeno Gaber avrebbe potuto immaginare che ci saremmo interrogati sull’identità politica di un prodotto caseario. La sinistra al caviale ha perso definitivamente la testa, per il formaggio. Caciotta rossa (e antifascista) la trionferà.


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