Caso Dap, Bonafede: “Non mi sono fatto intimorire nella nomina”. Iv attacca: “Ricostruzione parziale”

ROMA – “Nel 2018 non vi fu alcuna interferenza, né diretta né indiretta, sulla nomina del Dap.  Punto. Non sono disposto a tollerare ancora allusioni per me stesso e per la carica che ricopro”. È questa la frase centrale dell’autodifesa del Guardasigilli Alfonso Bonafede alla Camera sul caso Di Matteo. Un’informativa di quindici minuti che fornisce la versione del ministro su quanto l’ex pm Nino Di Matteo ha detto a “Non è l’arena”, in una telefonata di domenica 3 maggio. Che in sintesi diceva: Bonafede mi promise il Dap, poi fece marcia indietro. Caso esploso nel pieno delle polemiche sulle scarcerazioni di 376 mafiosi che il ministro della Giustizia affronta,  ma in estrema sintesi perché non sono oggetto dell’informativa a Montecitorio: “Sono state prese in piena autonomia dai magistrati senza condizionamenti né del ministero né del governo”. 
 
Il fatto e le “illazioni”
Il Guardasigilli parte da tre punti: “È stata fatta una nomina; avevo diritto alla più alta discrezionalità; non ci sono stati condizionamenti”. Poi Bonafede attacca: “La trasparenza è l’antidoto contro vergogna e malafede”. E parte da qui la sua ricostruzione di quei tre giorni del giugno 2018, il 18, il 19, il 20. Ma prima il ministro grillino vuole sgombrare il campo dalle accuse che gli sono state rivolte, le chiama “congerie di vergognose illazioni e suggestioni che sono personalmente e istituzionalmente inaccettabili. C’è un limite a tutto. Il confine è stato superato. C’è un alone di mistero sul nulla senza alcun rispetto per le vittime”. 

 
La minuziosa ricostruzione 
 Ma ecco i fatti nella ricostruzione che ne fa il ministro. “Nel 2018 mi misi al lavoro per formare la mia squadra. Feci circa 50 colloqui fra altrettanti magistrati. Pensai a Di Matteo. Il 18 giugno lo chiama al telefono. Non nascondo che, passati due anni, ho ricostruito con fatica quei colloqui informali”. Bonafede racconta che già in quel primo confronto con Di Matteo “evocò” il ruolo che Giovanni Falcone ebbe al ministero della Giustizia tra il 1989 e il 1992, cioè quello di direttore degli Affari penali. Prosegue:  “In quella telefonata gli dissi che avevo tempi strettissimi, che in due giorni dovevo chiudere. Mi disse  che mi avrebbe risposto in 48 ore. Gli chiesi di venire il giorno dopo”. 
 
Fui intimidito? La risposta è no
Bonafede torna sul punto dolente di tutta la vicenda, una sua eventuale marcia indietro frutto di una pressione, di “un veto” dall’esterno come dice Di Matteo nell’intervista rilasciata a Repubblica. Bonafede è netto: “La domanda è sempre la stessa, se mi feci intimorire o condizionare da qualcuno. La mia risposta è no”. 
 
Una pressione dei boss mafiosi? 
Il Guardasigilli affronta la questione della mafia. Le cosiddette “esternazioni” dei boss in cella riportate in un rapporto del Gom, la struttura che ha al vertice il generale Mauro D’Amico e che monitora il comportamento dei detenuti ristretti al 41bis e redige dei rapporti. Non si tratta di intercettazioni vere e proprie ma di scambi di messaggi tra i detenuti raccolti dagli agenti. Dice Bonafede su questo punto molto delicato: “Quelle esternazione dei boss erano note dal 9 giugno, quindi prima della telefonata, nella quale lo stesso Di Matteo mi parlo delle frasi dei boss. Tant’è che lo stesso Di Matteo ha chiarito a Repubblica che “il ministro era informato della questione”.  Aggiunge Bonafede a questo punto: “Non vi fu alcuna interferenza né diretta, né indiretta sul Dap”. Quindi tantomeno quella dei mafiosi. 
 
L’incontro con Di Matteo 
Sono le  11 del 19 giugno quando in via Arenula s’incontrano Di Matteo e il Guardasigilli. Riferisce Bonafede alla Camera: “Mi ero convinto che il ruolo per Di Matteo dovesse essere quello che era stato di Falcone, richiedeva più tempo, ma ne valeva la pena, perché avrebbe lavorato al mio fianco. Con un ruolo che avrebbe inciso su tutta la legislazione. In quel momento non ragionai in termini gerarchici. Ma sul fatto che la mafia, che vive di segnali, non avrebbe certo guardato all’organigramma del ministero, ma alla presenza di di Matteo accanto alla mia”. Bonafede spiega perché allora non ritenne congrua per Di Matteo la poltrona del Dap: “Quel direttore non si occupa solo del 41 bis, ma  di amministrazione delle carceri, di edilizia penitenziaria, del personale civile, delle relazioni sindacali, di tutti i detenuti”. Molta burocrazia, insomma. 
 
Il passo indietro
Bonafede si avvia verso la fine della sua ricostruzione. “Ero convinto che il progetto fosse completo, ma Di Matteo mi chiamò e mi chiese di vedermi il giorno dopo. Ero convinto che volesse entrare nel merito del progetto. Ma tornò e disse che non era più disponibile, perché preferiva il Dap. Lo appresi con sorpresa, ma gli dissi  che avevo già inviato al Csm la richiesta di fuori ruolo per Basentini. Gli spiegai anche chi fosse Basentini. Un magistrato alla quinta valutazione di professionalità di cui la procura nazionale antimafia diceva che aveva saputo far fronte alla mole di lavoro per l’esperienza maturata proprio sulla mafia”. Bonafede chiude così: “Ovviamente  nessuno vieta a Di Matteo di non condividere mia scelta”. 

Le critiche di Italia Viva
Oltre all’attacco dell’opposizione, Bonafede deve subire in aula le critiche di Italia Viva: “Se questa vicenda fosse accaduta a un ministro del nostro partito tutto il MoVimento 5 Stelle ne avrebbe già chiesto le dimissioni, con manifestazioni di piazza”, ha detto la deputata, Lucia Annibali. “Noi invece – sottolinea – scegliamo di rivendicare la nostra diversità rispetto uno stile giustizialista”.
Poi aggiunge: “Lei, ministro, ci ha dato la sua ricostruzione dei fatti ,una ricostruzione che noi giudichiamo parziale nella sua complessità avrebbe potuto approfondire meglio e di più per rispetto di questo Parlamento”.

 
 



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