Cercando con Robinson un po’ d’Africa in giardino

Le primule spuntate nell’interstizio vicino al muro, l’albero davanti a casa, il limone conservato durante l’inverno, il cespuglio di ortensie, i papaveri spuntati sul muraglione o in un prato, e poi le tartarughe che escono dal letargo invernale e le anatre che nuotano nel corso d’acqua. I nostri sguardi si soffermano ora su luoghi e oggetti che prima osservavamo distrattamente o solo di sfuggita.

Nella immobilità forzata delle nostre case l’obiettivo minuscolo dei nostri cellulari ispeziona e coglie questi oggetti che accarezzavamo di premura con un breve colpo d’occhio. Come tanti signor Palomar sono gli storni o i merli sul terrazzo, i fili d’erba del prato sotto casa, gli arbusti fioriti, i rami verdi che si protendono, a diventare gli oggetti della nostra scrittura quotidiana fatta di parole e immagini.

Lo stupore che all’improvviso ci prende per qualcosa di già-guardato ma mai-visto-davvero diventa un elemento su cui soffermarci. I social allargano la nostra visione a periscopio del mondo intorno, fatta di dettagli e particolari, perché, come diceva Flaubert, il buon Dio si nasconde nei dettagli, che sono poi porzioni di realtà tagliata via dall’insieme, dal tutto. Ora sono i particolari a interessarci, perché i nostri cellulari e gli smartphone sono come microscopi portatili che fermano una porzione inattesa di realtà.

La Natura prorompe dappertutto in questa primavera incipiente, che alterna momenti di calura a piogge improvvise. Dura da tempo una siccità che secca i fiumi che scendono dalle Alpi e dagli Appennini, eppure le foglie escono dai boccioli come fantasmagorie verdi imprevedibili. Un secchio, un vaso, un contenitore qualsiasi, sono i recipienti dove raccogliere su balconi, terrazzini o poggioli, fiori e foglie, perché i doni che ci offrono queste giornate di segregazione forzosa appaiono ovunque.

Gli scatti sono accompagnati da pensieri e riflessioni, parole per esprimere la grazia che ci circonda: un muro su cui cresce un fiore, un angolo di giardino su cui spunta un rampicante, la cascata prorompente del glicine. Fotografare è guardare, è riempire di forme questa solitudine a volte condivisa con altri, oppure totalmente sola.

Come ci hanno insegnato i poeti del passato, prima ancora che l’invenzione di Niépce e Daguerre debuttasse sulla scena del mondo munendoci di un terzo occhio di vetro, la Natura ci consola per tutto quello che abbiamo perso, per ciò che ci è stato sottratto o rubato. Per immergersi nella Natura non è necessario passeggiare in un bosco alpino o in una foresta amazzonica. Basta molto meno, e i nostri cellulari ci forniscono un ragguaglio dell’immensità che essa costituisce, un’immensità con cui non sempre riusciamo a confrontarci. Il ritaglio dello scatto ci compensa di quanto abbiamo smarrito sin qui, e che ci proponiamo di non dimenticare mai più.

Espulsa da tutto, la Natura ricompare tra i sassi di una piazza o lungo i cordoli di un marciapiede. Come ha titolato una sua mostra una fotografa contemporanea, Marina Ballo Charmet, noi guardiamo tutto con la coda dell’occhio. Ma ora possiamo invece mettere a fuoco quello che ci serve. Basta poco, come ci ricorda il signor Palomar assiso sul suo terrazzo al centro della città per ricostruire il rapporto perduto con la nostra stessa natura, basta non chiederle di darci risposte troppo generali, perché la vita è fatti di piccoli istanti da cogliere e fissare, anche se nulla è per sempre e, lo sappiamo, anche questa prigionia forzata passerà.



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