Che cosa ci ha insegnato la matematica sul virus

Che la matematica serva in qualche modo a quietare l’ansia è esperienza comune. Ciascuno di noi, che lo abbia fatto o no, sa che, per addormentarsi, si contano le pecore. I conteggi sono un meccanismo interessante. Hanno a che fare sia con l’aritmetica, che disciplina tempo (come la geometria disciplina lo spazio) sia con i nomi, che sono il modo in cui conosciamo e, addirittura, possediamo il mondo. In questi ultimi due mesi di conteggi, matematica e morti, abbiamo contato tutti, certi giorni con angoscia, certi altri con sollievo. Il bollettino delle 18, con i suoi elenchi e conteggi di infetti, guariti e morti, è stato un gigantesco conteggio dopo il quale, ipnotizzati dai numeri, potevamo andare a dormire con l’intuizione che quelle cifre, giorno dopo giorno, sarebbero andate ad alimentare un modello matematico che avrebbe potuto prevedere i conteggi dei giorni successivi e fornire così un parametro su quanto gli sforzi, collettivi e singolari, avessero prodotto un risultato. Intuizione che, giorno dopo giorno, si è trasformata nella ritrovata possibilità, esercitata da molti – me compresa – di passare, ben prima della televisione, dai dati assoluti di contagi, decessi, e guarigioni alle percentuali. Perché la percentuale, più di un dato assoluto, coinvolge tutti. Ci siamo voluti e ritrovati parte di un insieme, di una nazione addirittura.

La frase “bisogna abbassare la curva” è stata pronunciata come un mantra, come un comandamento. La matematica però non è fatta di comandamenti e il Covid 19 ha il merito di averla riportata tra le curiosità culturali di un cittadino italiano. La speranza è che nel post Covid 19 (qualsiasi cosa significhi) quelle curiosità si trasformino – ci vuole tempo, ma abbiamo iniziato, perché perdere la ricorsa? – in competenze matematiche. Più di una speranza dovrebbe essere interesse del ministero dell’Istruzione, dello stato tutto, diffondere conoscenze matematiche che oltre a rendere più consapevoli delle quantità e dei numeri cui veniamo sottoposti, calmano perché misurano. Cosa succederà, per esempio, con le cifre e con le curve che scandiranno e rappresenteranno gli scenari economici che ci aspettano alla ripresa delle attività?

Secondo i dati Ocse del dicembre 2019 i risultati riguardanti le competenze matematiche degli studenti delle scuole secondarie superiori sono rimasti invariati, né migliorati né peggiorati, dal 2009.  Purtroppo, non essendo né le conoscenze né le competenze faccende statiche, non c’è da bearsi di questo dato.

Intanto, abbiamo rifamiliarizzato con le rappresentazioni cartesiane, con le addizioni e con i loro componenti, abbiamo imparato i nomi di alcune curve, ripreso a parlare di linearità e rette, abbiamo, ciascuno, riscontrato anomalie nei conteggi letti su giornali e siti, e abbiamo commentato i dati re-introducendo le statistiche nelle discussioni quotidiane con amici e congiunti e, non accadendo null’altro se non la matematica, abbiamo cominciato a parlarne, informarci, ricordare qualcosa che ci era stato insegnato a scuola. Abbiamo ritrovato quei concetti arrugginiti ma presenti e soprattutto comuni.

In un Paese dove le percentuali venivano riesumate sulle televisioni nazionali (quasi solo) durante le elezioni e in cui, anche i commentatori politici più attenti, faticavano a considerare il 7% del 23% (somma?, moltiplicazione?, divisione?, che calcolo è?), dove la capacità di valutare una distanza tra due oggetti o due corpi non è diffusa, ciascuno di noi ha imparato che, più o meno, l’apertura di due braccia adulte misura un metro e mezzo e guardando le tabelle di dati ha cominciato a capire che, per esempio, “i positivi del giorno” non potevano essere sommati, sull’intero intervallo di raccolta dati, con “i positivi del giorno senza guariti e deceduti” perché la somma non sarebbe stata omogenea. Che poi è il famigerato “non sommare le mele con le pere”, l’arcano comandamento ortofrutticolo delle scuole elementari.

Non che sia semplice, anche dopo tanti anni di studi scientifici, tenere a bada la tentazione di guardare ai dati e ai modelli come a un oroscopo.  Io, per esempio, mi sveglio la mattina e scorro il sito endcoronavirus.org che confronta gli andamenti giornalieri in differenti Paesi, dopo aver normalizzato i dati (averli rappresentati su una scala tale da rendere confrontabili Paesi con un numero molto differente di contagiati, detto in maniera intuitiva) e disegnato la curva come tale (aver unito i puntini, detto in maniera intuitiva).

La coscienza che abbiamo acquisito, ben prima di essere una coscienza solidale, è una coscienza matematica, sia aritmetica che geometrica. Il passaggio da coscienza a conoscenza presuppone l’intenzione. Esattamente come quando dall’istruzione si passa alla cultura: è una scelta. Non mi sembra che il governo sia interessato alla scuola, dunque all’istruzione, o alla cultura che è la capacità di connettere conoscenza e immaginazione, ma forse, possiamo cogliere l’occasione tutti, insegnanti, curiosi e studenti, cittadini di andare oltre la matematica come conteggio delle pecore.

La matematica consente, come tutti abbiamo visto, di valutare l’esattezza o la manipolazione di un dato. La matematica racconta, a ogni passo, che tutto è affetto da errore ma che quell’errore è valutabile. La matematica insomma è uno strumento democratico che va oltre le pecore. E la democrazia ha cittadini, non pecore.
 
L’autrice è laureata in matematica e scrittrice (il suo ultimo romanzo “Il cuore non si vede” è stato pubblicato da Einaudi)



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