Cinque scenari per una crisi

L’Italia sta sfidando la sorte, le pistole sono cariche e c’è in ballo il futuro. È una roulette russa. Qui proviamo a ragionare su quello che accadrà.

La crisi è al buio e si fatica a vedere cosa accadrà domani. Renzi e Conte si stanno preparando per andare allo scontro finale. Lo spazio di mediazione si riduce ogni giorno di più. È un gioco con molte variabili e che potrebbe diventare pericoloso. L’Italia sta sfidando la sorte, le pistole sono cariche e c’è in ballo il futuro. È una roulette russa. Qui proviamo a ragionare su quello che accadrà. Sono cinque possibili scenari. Tutti hanno un costo, ma una cosa è chiara: questa maggioranza si è smarrita e non è detto che si ritrovi. Le carte sul tavolo cambiano continuamente. In mattinata sono salite le quotazioni di un «governo dei costruttori», un governo del Presidente, con una figura esterna all’attuale maggioranza, neutra, che può essere definita tecnica. È stata evocata da un outsider, Carlo Calenda, che spera in un governo «di pace», di «manager e amministratori». Toccherà a Mattarella disegnarci intorno una maggioranza politica. La domanda quindi è capire chi ci sta. Silvio Berlusconi, proprio ieri, ha dato via lettera la sua disponibilità a sostenere un governo per la ricostruzione. Non sembra però questo il piano degli attuali partiti della maggioranza. Non ci crede Matteo Renzi, che ha aperto i giochi, e non è neppure nei primi desideri del Pd. Sembra un paradosso, ma la tempesta servirebbe a ridimensionare il premier Conte, ma con l’idea di non liquidarlo. Si parla quindi di una crisi di governo che serve a mischiare le carte, a chiarirsi, come dicono, ma per arrivare a un Conte ter. Poi c’è l’imponderabile. Gli apprendisti stregoni potrebbero scivolare verso le elezioni.

1. Una verifica e poi tutto come prima

La politica è solo parole e spesso scoppiano in aria come bolle di sapone. Il Natale in casa ha reso tutti troppo nervosi.

Giuseppe Conte non è un uomo che ha paura di trattare. È il suo mestiere. Alla fine si trova sempre un punto di caduta. Renzi si agita perché deve dare un senso al suo partito che non è mai riuscito a decollare. Vuole un passo indietro del premier? Lo farà, con calma, con i tempi giusti per non perdere la faccia. Non è il caso di aprire una crisi politica nel mezzo di una pandemia. È vero, Renzi ha minacciato le dimissioni dei suoi ministri e Conte non ha in mano una pattuglia di responsabili per dirgli «arrivederci». La realtà è che il pokerista di Rignano sta facendo tutto questo casino per incassare lui la parcella dei «responsabili». Il gioco si è capito. Bisogna solo mettersi d’accordo.

La partita si gioca sul filo del burrone e bisogna vedere chi cederà per prima, magari faranno un passo indietro all’ultimo momento tutti e due. È chiaro che ogni compromesso ha un costo. Conte mette sul tavolo la delega sul controllo dei servizi segreti. È un gesto di buona volontà, ma non significa calarsi le brache, perché lì non ci deve poi andare uno del Pd o un renziano. Quel posto spetta comunque a un personaggio di fiducia del premier. Ora non è facile rinunciare alla delega, perché come dice Conte lui non ha un partito e mica è facile trovare qualcuno di cui fidarsi. Il premier sta difendendo qualcosa della sua vita privata o di sue azioni in politica estera non del tutto trasparenti. Magari è così, magari no. Fatto sta che per salvare il suo governo è disposto a mettere in gioco quella carta. Servono però delle rassicurazioni da tutte le parti in gioco. L’obiettivo di questa mossa è comunque prendere tempo e depotenziare l’insidia renziana fino a quando non sarà possibile disinnescarla del tutto.

Lo stesso Matteo alla fine ha capito che andare fino in fondo sarebbe stato troppo pericoloso, quando apri una crisi al buio non è detto che si possa governare. Se c’è uno che non si può permettere le elezioni è proprio lui. Raccontano che il presidente Mattarella sia piuttosto disgustato dal comportamento «infantile» dei due contendenti. Tanto da evocare più volte il voto. Allora fermi tutti. Una verifica e tutto resta più o meno come prima.

È lo scenario della continuità. È la speranza di molti grillini impauriti. Solo che sta sempre più evaporando.

2. Dopo il salto nel buio, il Conte ter

Renzi ha aperto la crisi. Nessuno, un mese fa, credeva che lo avrebbe davvero. Conte lo ha perfino minacciato con quei sorrisi carichi di veleno. Invece i ministri si sono dimessi e il governo è andato in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza. Sono giorni che il leader del fantomatico Italia viva canticchia sotto voce una vecchia canzone: «Matteo non aver paura di tirare un calcio di rigore, un politico lo riconosci dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia».

Adesso quello che ha davanti però è il buio. Non ha mai avuto un vero piano B. Il suo spirito è quello dell’avventuriero. Fosse nato in un’altra epoca sarebbe stato una sorta di piccolo Napoleone. Gli italiani non hanno avuto il coraggio di seguirlo quando propose il referendum per cambiare la Costituzione. Si aspettava un plebiscito e si è ritrovato a galleggiare nella mediocrità. Non è da lui. È per questo che ha sfidato la sorte.

Ora bisogna trovare un presidente del Consiglio, solo che in giro non ce ne sono. Tutti stanno dicendo no. Gli trema la mano. Nessuno che abbia il coraggio di metterci la faccia per l’emergenza che ancora non finisce e un futuro da costruire. Tanti continuano a evocare Draghi, ma Draghi non si vede. Mattarella ha provato a convincere alcune donne dal profilo istituzionale alto, ma neppure loro se la sono sentita. Il Pd? Figurati. Quando c’è da mostrare coraggio Zingaretti e Franceschini sono peggio di Don Abbondio. A loro interessa eleggere il prossimo presidente della Repubblica e l’unica cosa che sanno fare è mandare avanti la baracca per conto terzi. I Cinque stelle si sono rassegnati a sopravvivere. Renzi, lui, lo farebbe il premier, ma figurati se glielo lasciano fare.

Alla fine non resta che l’avvocato del popolo, l’uomo per tutte le stagioni. È il Conte ter. È una possibilità che Renzi aveva considerato. Zingaretti no, ma tanto dice sempre sì. Il terzo Conte va però ridimensionato. Il Recovery lo gestirà un comitato tecnico scelto dai partiti della maggioranza. Il governo avrà due vice presidenti forti, uno dei Cinque stelle e l’altro del Pd. Non è difficile indovinare i nomi: Luigi Di Maio e Dario Franceschini. Si liberano pure due ministeri. Renzi agli Esteri? Meglio non esagerare. Qualcosa di grosso però i renziani devono beccare. E la delega sui servizi segreti? Se la tiene Conte. Qualcosa bisogna pure concedergli, tanto mica era così importante.

3. Governo politico, guida Franceschini

Addio Conte, la tua stagione è finita. Il governo è caduto e ora tutti si affannano per scongiurare le elezioni. Le ragioni sono palesi: l’Italia non può permettersi questa follia. Nessuno lo capirebbe. Renzi ha detto che il problema in questa storia era solo il presidente del Consiglio. Non aveva più la fiducia della maggioranza. Sono mesi e mesi che Matteo si consulta con Di Maio e Franceschini (che poi informa Zingaretti). Non è stato facile ma alla fine sono arrivati a far quadrare il cerchio. Non si può lasciare il Paese in mano a un personaggio che si è ritrovato a ricoprire un ruolo al di sopra delle sue possibilità. È stato scelto per congelare l’Italia malata di salvinismo e gli è caduta addosso la tragedia del virus. Troppo per lui. Non ha neppure un partito e in certe situazioni un’organizzazione politica serve a limitare le velleità da apprendista stregone. È per questo che il prossimo governo sarà politico, con un programma forte, gli uomini giusti, senza deleghe a personaggi improvvisati. C’è da ricostruire un Paese dal punto di vista umano, economico e sociale e da gestire i soldi del Recovery. È il momento in cui tutti si assumano responsabilità. Non è il caso di andare a cercare personaggi esterni. Qui serve la politica, serve una classe dirigente di professionisti della politica. Lo hanno capito anche i Cinque Stelle.

Renzi infatti ha un’idea che può sembrare azzardata. Non sarà facile convincere il Pd. È quello che però lui considera il suo colpo d’ala. Il premier che ha in testa è Luigi Di Maio. Si è convinto che non bisogna avere pregiudizi. Il suo ragionamento ha comunque una logica. Di Maio è il leader del movimento politico che ha più seggi in Parlamento. È giusto che sia lui a metterci la faccia. Se pecca di inesperienza sarà proprio lui, Renzi, ad aiutarlo. I tempi di Bibbiano e insieme conquisteranno il centro della politica. Di Maio non è Di Battista e perfino la Boschi se ne farà una ragione.

Il colpo di mano però non funziona. Nel Pd dormono ma non fino a questo punto. Il governo sarà politico, ma a guidarlo sarà un uomo navigato, che da tempo sogna il Quirinale, ma per una volta è disposto a rischiare di persona e giocarsi le sue carte a Palazzo Chigi. Non è il segretario, che preferisce occuparsi del Lazio. È Dario Franceschini, che abbandona il ministero della Cultura per ricostruire l’Italia. È uno scenario molto ambizioso.

4. Tornano i tecnici, Cartabia premier

È il tempo dei costruttori. Il presidente Mattarella lo aveva chiarito durante il discorso di fine anno. Molti hanno pensato a Mario Draghi, ma per l’ex governatore della Bce non ci sono le condizioni per un’avventura politica. Come fai a mettere d’accordo tutti quanti? A parole magari ti dicono sì, ma dopo un po’ ognuno tornerà a farsi i conti in tasca. Un governo di tutti significa mettere insieme Salvini con il Pd e Leu, Giorgia Meloni con Luigi Di Maio, i complottisti con i dinamitardi, gli scettici con gli apocalittici e una filiera di virologi. Gli italiani litigano su doccia e vasca, pandoro e panettone e sulla vera ricetta della matriciana, figurati se non gli viene la voglia di consumarsi in fretta un Draghi arrosto.

Mattarella si è rassegnato. Se non c’è Draghi serve il coraggio e la pazienza femminile. L’Italia non ha mai avuto un presidente del Consiglio donna. È arrivato il momento di una vera svolta politica. La parola d’ordine è: cherchez la femme.

Non è stato facile. Questo potrebbe essere definito un governo del presidente, solo che non tutti hanno aderito. Non si è convinta Giorgia Meloni, che con tutto il rispetto per un esecutivo donna, considera le elezioni la scelta naturale. Il no, nonostante i dubbi di Giorgetti, è arrivato anche da Salvini. Matteo Renzi ha fatto di tutto per boicottare l’operazione. Non era questo lo scenario su cui puntava. Il Pd si è adeguato. I grillini sono frastornati e non si riconoscono più, ma pur di sopravvivere accettano qualsiasi cosa, perfino quello che di fatto si presenta come un governo dal profilo tecnico. Non conoscono neppure i nomi che Mattarella ha scritto sulla lista. Chi sono costoro?

Silvio Berlusconi ha detto invece chiaramente al Presidente che lui, e il suo partito, ci sono. Non è il momento di tirarsi indietro. Qui c’è davvero in ballo il futuro dell’Italia, per generazioni.

Mattarella non ha ancora sciolto la riserva. Si è arrivati all’ultimo incrocio. Quale delle due? Marta Cartabia è stata la prima donna a guidare la Corte costituzionale. È la classica riserva della Nazione. Si parla di lei anche come erede di Mattarella al Quirinale. Dicono che sia la favorita. L’altra è Paola Severino, ex ministro della Giustizia nel governo Monti, vice presidente della Luiss, e madre di una legge che ha lasciato il segno. Non è detto, però, che non spunti un’outsider. I ministri? Li sceglierà Mattarella. Tanto tutti hanno paura di andare al voto.

5. Il rebus non si risolve, urne subito

La politica non è razionale. È come la vita. Quando ti metti in testa di poter prevedere tutte le mosse accade l’imponderabile, quello che gli stessi giocatori che hanno aperto la partita consideravano una sciagura. Eccole, allora, le elezioni. Si voterà presto, prestissimo, probabilmente a marzo. Nulla è pronto. I vaccini qui da noi non hanno frenato in modo determinante la pandemia. Il mondo ci guarda stralunato: ah, questi italiani. La fiducia è sotto zero e si respira un clima di paura, rabbia, disorientamento. I politologi dicono che la classe dirigente di questo paese si sta suicidando e temono per il futuro della democrazia. La fiducia è davvero una merce rara. Le conseguenze a questo punto sono imprevedibili. Si apriranno scenari che algoritmi e aruspici non sono in grado di decifrare. L’Italia sta navigando in acque sconosciute, eppure forse proprio da questa avventura senza senso potrebbe rinascere il futuro perduto. Chissà? Magari abbiamo bisogno di perderci per ritrovarci.
Il presidente Mattarella ci ha pensato a lungo, poi ha capito, non nascondendo neppure un certo disprezzo, che non c’erano altre strade. Saranno gli elettori italiani a scegliersi il proprio destino e forse è giusto così. La democrazia è soprattutto responsabilità. Non è il momento migliore per andare al voto, ma il nuovo governo potrebbe avere quella legittimazione popolare che serve per indicare una rotta. La speranza è che dalle urne esca una maggioranza forte, compatta, che affronti senza inganni e paure quello che ci aspetta. Bisogna fare in fretta.

Il Parlamento qualche tempo fa ha scelto di mutilarsi. Non capita spesso. Il numero di deputati e senatori si è ridotto. Molti dei vecchi non torneranno. Non verranno neppure candidati. Pazienza. Come tante riforme però è rimasta incompiuta. Nessuno si è preoccupato di adeguare la legge elettorale al nuovo scenario. Si andrà a votare con il Rosatellum, nato per garantire il pareggio. Non è detto però che questa volta andrà così. I sondaggi danno il centrodestra in forte vantaggio. Questo significa che sarà una campagna elettorale che spaccherà ancora di più il Paese. L’idea che possano vincere gli «altri» per gran parte della sinistra equivale a una bestemmia. Il rischio è uno scontro radicale.

Conte andrà avanti senza legittimazione fino alle elezioni. In questi mesi saremo governati dagli «scienziati».


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