Commercialisti in rivolta: “Stop tasse o scioperiamo”

Protesta in Senato: “Niente invio dei dati a settembre se il governo non proroga i termini”. Manovra a rischio

Commercialisti in trincea. Dopo i ripetuti appelli caduti nel vuoto, ora le azioni «forti». La mancata proroga delle scadenze fiscali al 30 settembre chiesta disperatamente dalla categoria per far fronte alle difficoltà di liquidità di imprese e di «lavoratori sfiniti» dalla crisi Covid, oltre che alla mole di adempimenti accumulatasi negli studi durante il lockdown, le sigle sindacali proclamano il già minacciato sciopero. Non solo. Si potrebbe arrivare anche alla «disobbedienza» e pure all’astensione dall’invio di dati fiscali in occasione delle prossime scadenze di settembre: «In mancanza di comunicazioni da parte del governo il 16 settembre i dichiarativi non si inviano», annunciano le associazioni sindacali in conferenza stampa al Senato. «Nei fatti siamo pronti all’astensione collettiva», avverte Marco Cuchel, presidente dell’Associazione nazionale commercialisti. E dunque sciopero sia, e «se necessario a oltranza. Non si possono mettere gli imprenditori nella condizione di dover scegliere, ad agosto, se mantenere i posti di lavoro o pagare le imposte».

Se sono rimasti inascoltati gli appelli al governo, i commercialisti non faranno passi indietro se non si raggiungerà un compromessio «Se il governo si mostra del tutto sordo alle ragionevoli richieste che avanziamo, ci vediamo costretti a chiamare la categoria alla mobilitazione e a forme di protesta forti. Per questo appoggiamo in pieno le iniziative annunciate per settembre da tutte le sigle sindacali della categoria. È il momento di chiamare a raccolta i 120mila commercialisti italiani. Il loro responsabile impegno quotidiano al fianco di cittadini e imprese merita quel rispetto che la politica ci nega», spiega il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani.

Dopo la benzina sul fuoco dalle parole con cui il viceministro Antonio Misiani ha ribadito il no a un rinvio delle 246 scadenze fiscali di qui a fine mese («Le partite Iva non stanno peggio degli altri») prova a gettare acqua sulle fiamme il viceministro all’Economia Laura Castelli, assicurando che parte dello scostamento di bilancio da 20 miliardi che approderà alle Camere servirà anche «per cancellare una parte delle tasse rinviate a settembre, uno stralcio di almeno un terzo». Le risponde Mariastella Gelmini (Fi). «È inutile che adesso il vice ministro Castelli provi ad indorare la pillola promettendo mari e monti in vista dei pagamenti di settembre: anche perché tutti ricordano le performance del suo collega di governo Villarosa che garantiva il rinvio della scadenza di ieri», attacca la capogruppo azzurra. Ed è tutto il centrodestra che si schiera con i professionisti. Forza Italia, che già aveva invocato la disobbedienza fiscale, bolla la scelta di non accogliere gli appelli di imprese e commercialisti e di mantenere le scadenze del 20 luglio come «l’ennesimo schiaffo al popolo delle partite Iva». E chiede che «l’esecutivo faccia un ravvedimento operoso e cancelli intanto la maggiorazione dello 0,40% per chi non è riuscito, per la situazione economica e per i tentennamenti del governo, a rispettare le scadenza di luglio. Forza Italia continuerà ad insistere per lo spostamento di tutti i versamenti a fine anno, ma intanto azzerare gli interessi rappresenterebbe un primo timido segnale di un’inversione di tendenza». Da Matteo Salvini arriva il «sostegno ai commercialisti che protestano. Se verranno proposte forme di protesta e sciopero fiscale saremo al loro fianco».


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