Consulta, mai accaduto in 65 anni di vita: la prima sentenza firmata da sole donne

Cartabia, Sciarra e Perrone: “È incostituzionale una parte del Jobs Act”

Milano Due giudici, «Cartabia-Sciarra», e un cancelliere, «Perrone». Lette così, le firme in fondo alla sentenza di ieri della Corte Costituzionale sul Jobs Act non fanno particolari impressioni. Ma se ai tre cognomi si aggiungono i nomi cambia tutto: perché sono, nell’ordine, Marta, Silvana e Filomena. Tre nomi di donne. Per quanto incredibile possa sembrare, a cinquantasette anni dall’ingresso delle donne in magistratura è la prima volta, in 65 anni di vita, che una sentenza della Corte Costituzionale viene scritta, firmata e certificata solo da mani femminili. Un evento che non è enfatico definire epocale: perché non nasce da trattamenti di riguardo tipo le quote rosa, ma da un fenomeno spontaneo e inarrestabile, l’irruzione delle ragazze nel mondo del diritto e della giustizia. Un mondo che, se il trend attuale proseguirà immutato, nel giro di vent’anni sarà amministrato quasi solo da donne: come una volta le scuole elementari.

L’occasione non è delle più cruciali, perché la sentenza depositata ieri risolve una questione senz’altro rilevante, ma lontana dal dibattito pubblico e sociale, si parla di indennità di licenziamento, calcoli, anzianità, e quant’altro (per la cronaca, ma è solo un dettaglio, la Corte maltratta quello che fu un provvedimento-simbolo del governo di Matteo Renzi, dichiarandolo incostituzionale su questo punto). Ma poco conta. Conta che per la prima volta i tanti maschi della Corte su una sentenza hanno agito da spettatori. La stessa cosa che da anni succede nei tribunali di tutta Italia, dove sempre più frequentemente giudici maschi sono in minoranza: oppure (come già accaduto anche in casi memorabili, tipo il processo Ruby) sono assenti del tutto.

Sarà perché sono secchione, sarà perché non sono distratte dal protagonismo, sarà perché è – anche per le più intelligenti di loro – il lavoro ideale, in grado di conciliare professione, maternità, casa. Sta di fatto che l’onda rosa invade la giustizia. E lo fa, questo va rimarcato, senza distinzioni di opinioni e di territorio: la sentenza di ieri è firmata dal presidente della Consulta, Marta Cartabia, una cattolicona di Varese, e da Silvana Sciabba, che è di Trani e che alla Corte c’è arrivata su indicazione di Matteo Renzi (salvo ieri asfaltarne la legge….). Ma per chi conosce le cose di giustizia, fa quasi più impressione la terza del gruppo, la signora Filomena: perché nel suo campo, quello delle cancellerie, dei backstage della giustizia, il predominio maschile è ancora forte, e su uffici fatti di venti donne comanda spesso un solo uomo. Invece Filomena Perrone ce l’ha fatta, e ha messo anche lei la sua firma su una sentenza che tra vent’anni sembrerà normale. Ma fino a ieri non lo era affatto.

Esclusiva: 
Opinione/Editoriale de IlGiornale: 


Fonte originale: Leggi ora la fonte