Conte da Willy, presenza giusta. Ma dov’era con gli altri eroi?

Willy Monteiro Duarte è un eroe moderno, vittima del nichilismo che mangia i nostri giovani, affamati di soldi, like e donne facili.

Willy Monteiro Duarte è un eroe moderno, vittima del nichilismo che mangia i nostri giovani, affamati di soldi, like e donne facili. Willy era un ragazzo semplice che sognava di fare il cuoco, e l’hanno ammazzato quattro, cinque bulli strafatti di ego e tatuaggi. Il fascismo e il razzismo non c’entrano, lo dicono anche i pm, eppure bene hanno fatto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e il governatore del Lazio e leader Pd Nicola Zingaretti ad andare al suo funerale. A rappresentarci tutti. Willy era, è l’esempio dell’italiano che si rimbocca le maniche e che insegue una vita onesta, fatta di sacrifici e di rinunce. E però alle esequie nella chiesa evangelica del quartiere Secondigliano dell’agente Pasquale Apicella, morto da eroe, in pieno lockdown il 27 aprile a Napoli mentre tentava di fermare una banda di rapinatori rom, c’era la Lamorgese e il capo della Polizia Franco Gabrielli, come succede sempre quando muore un uomo in divisa. C’era il Covid, certo, tanto che alla diretta Facebook c’erano più commenti contro la politica inerme rispetto alla deriva delinquenziale di certa immigrazione incontrollata che di commiato al poliziotto. E si capisce perché il premier ha preferito non farsi vedere. Conte non c’era neanche il 31 ottobre del 2018 alla parrocchia di San Valentino, a Cisterna di Latina. Eppure, in quella piccola bara sommersa di rose bianche c’era Desirée Mariottini, una ragazzina italiana di 16 anni, stroncata da un’overdose dopo esser stata violentata per almeno 10 ore da un gruppo di pusher africani in uno stabile diroccato di San Lorenzo, a Roma. Anche lei vittima di un odio cieco e della cultura dello sballo che cancella generazioni di ragazzine e ragazzini, come lamentava ieri il premier.

Ma ai funerali c’era solo Giorgia Meloni. Chissà dov’era Conte il 24 agosto scorso, in quella triste mattina di pioggia dove Bastia Umbra ha detto addio a Filippo Limini, 24enne di Spoleto ucciso a Ferragosto dopo una rissa per un parcheggio da tre ragazzi di origine albanese, arrestati con l’accusa di omicidio. Come Willy, peggio di Willy. Conte non c’era, e va bene così. Non si può governare un Paese andando ai funerali della meglio gioventù. E però fermenta il sospetto che ci siano esequie di serie A dove è il caso di farsi vedere, dove il prototipo della vittima e del carnefice corrispondono magicamente alla narrazione politicamente corretta consacrata alla memoria di certi buoni. E altre di serie B, maledette e destinate all’oblio per la presenza di certi cattivi, come gli spacciatori africani, gli albanesi sbandati o i rom delinquenti. Alla faccia delle vittime, uccise due volte. Per mano dei killer e per lo strabismo di chi non vuole vedere come sta morendo l’Italia.


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