Conte “insostituibile”: è il vero mistero d’Italia

È come quei videogame programmati per non farti mai superare un certo livello

È come quei videogame programmati per non farti mai superare un certo livello. Puoi giocare alla grande, ricorrere alle tattiche più intelligenti, ma alla fine ti trovi sempre a terra con l’avversario che la spunta in ogni occasione. Passando dal virtuale al reale, si percepisce un’aura quasi misteriosa attorno a Giuseppe Conte, l’inspiegabile cardine della politica italiana. L’«avvocato pugliese», copyright sprezzante di Matteo Renzi, ha rassicurato indirettamente l’establishment e la popolazione proprio perché pareva un innocuo passante chiamato a guidare il Paese durante una impasse politica. Solo un «signor Nessuno» poteva permettersi di andare al potere al posto di segretari di partito o di politici con grandi consensi. All’inizio la sua debolezza era la sua forza: rappresentava il classico premier per caso da congedare con tanti ringraziamenti non appena se ne fosse presentata l’occasione. Ma la recentissima storia d’Italia, deformata dall’emergenza virus, ha registrato una narrazione del tutto diversa dai presupposti iniziali.

Diventa difficile spiegare perché Conte sia diventato inamovibile e di fatto insostituibile. D’accordo, il quadro politico si è incartato e non riesce a sbloccarsi con nuove elezioni, da tutti auspicate ma da nessuno imposte. Ormai ruota tutto intorno a Giuseppi, perno fisso di qualsiasi combinazione. Ha governato prima per conto di Salvini, poi con il sostegno di Zingaretti e ora è destinato a proseguire sotto la malevola protezione di Renzi. Se andrà a giurare per la terza volta in neppure due anni sarà un evento da studiare a lungo nei manuali di scienze politiche. Soprattutto se la soluzione in itinere del «Conte ter» dovesse consentirgli di durare un’intera legislatura. Altro che meteora.

È arduo individuare il confine tra le capacità personali di navigare a Palazzo (sorprendenti per tutti) e le diramazioni di un sistema che in un modo o nell’altro lo sorregge sempre. In altre epoche si sarebbero evocate cancellerie europee, trame atlantiche o lobby potentissime. Oggi, nell’Italia giallorossa a Palazzo Chigi e rossogialla per le restrizioni Covid, ci si deve arrendere dinanzi a un caso individuale difficilmente replicabile. Sarebbe interessante scoprire il burattinaio che ordina a Conte di interpretare prima il sovranista anticasta, poi un democratico di complemento e infine un pragmatico giocoliere dei riequilibri in maggioranza. Un po’ come quando nelle aziende di Stato si facevano certe assunzioni con il principio inverso della lottizzazione per sistemare un super raccomandato: ok sei assunto, ti attribuiamo in quota Psi o Pri? Forse è andata un po’ così. Professor Conte, faccia lei il premier altrimenti ci tocca dare l’incarico a Salvini, vorrà mai? Presidente Conte, dia una bella strigliata a Salvini al Senato e noi la premiamo con la riconferma. Presidente Conte, vorrà mica andare alle elezioni e lasciare Palazzo Chigi e il Quirinale al centrodestra? Faccia credere che accontenta Pd e Italia Viva e noi la facciamo diventare premier per la terza volta, privilegio concesso agli statisti repubblicani da De Gasperi a Berlusconi.

Magari non esiste la «Spectre» che sta dietro a tutto, ma qualcosa di sfuggente non si può negare. Tutti cambiano e lui resta. E quando sembra con le spalle al muro arriva sempre la soluzione che lo rimette al centro della scena. Non certo per la mobilitazione popolare nei suoi confronti, non certo per la deferenza del Parlamento (non dispone neppure di un drappello di fedelissimi) tantomeno per il supporto dei Cinque Stelle che da tempo considerano freddamente il suo esecutivo alla stregua di un «governo amico». Restano grandi incognite ma al massimo cambia la numerazione: da 1-2-X a uno-due-ter.


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