Conte perde pezzi al Senato. E prende tempo su Autostrade

Via una grillina: maggioranza in bilico. Concessioni, il premier fissa le condizioni. M5s: “No ai Benetton”

Molto potere, enormi problemi sul tavolo e poche idee per risolverli. È l’intreccio paradossale della maggioranza giallorossa. La coalizione è sempre più debole ma rischia di passare alla storia: dopo decenni di vani tentativi bipartisan di rendere l’esecutivo più stabile e in grado di prendere decisioni in autonomia, l’asse Pd-M5s è riuscito a governare a colpi di Dpcm e ordinanze, si muove in forza di uno stato d’emergenza che non trova più fondamento e addirittura conferisce al ministro dell’Economia il potere di sviare il denaro dai capitoli di spesa a cui è stato assegnato. E senza passare per il Parlamento. Una norma, prevista sia nel Dl Rilancio che nel Dl sulla cassa integrazione, che divide il Pd. Un post critico di Stefano Ceccanti è stato ritwittato tra gli altri da Arturo Parisi.

Ma che fare con tutto questo potere? Dagli Stati generali non sono emerse grandi idee. E i dossier che contano restano tutti aperti, da Ilva ad Alitalia nonostante gli inviti di Zingaretti «a chiudere capitoli aperti da troppo tempo». Ieri Conte ha provato ad accelerare su Autostrade, forte di una serie di chiari segnali di disponibilità dalla controparte privata. Prima la conferma di investimenti miliardari sulla rete, poi l’ok dei Benetton a «nuovi soci nelle partecipate» e la rinuncia di Edizione Holding a distribuire dividendi.

Il tema autostrade ieri pomeriggio a Palazzo Chigi il premier ne ha discusso con Gualtieri e il ministro alle Infrastrutture Paola De Micheli. «Se c’è la volontà politica», ha mandato a dire l’ad di Aspi Roberto Tomasi, «si può chiudere in una settimana». Ma nella maggioranza c’è chi teme una manovra dilatoria per dare tempo al ricorso europeo presentato dai Benetton di andare avanti e dare risultati. Sta di fatto che la volontà politica tarda a concretizzarsi. Tanto che ieri Gianni Mion, presidente di Edizione holding, ha ribadito in modo ancora più chiaro la disponibilità alla trattativa, allungando i tempi oltre la scadenza del 30 giugno. Da Chigi ieri l’ennesimo ultimatim, in termini di «condizioni minime al di sotto delle quali scatta in automatico la revoca». Al governo non basta il piano di Aspi con i soli sconti sulle tariffe e gli investimenti, e insiste per una modifica di azionariato e governance, in ossequio al diktat di Di Maio: «Non la vedo in futuro in mano ai Benetton».

Il governo con i superpoteri continua a non decidere: per tenerlo in piedi si rafforza il governo mentre il Parlamento, dove la coalizione sopravvive a stento, diventa attore evanescente. Del resto ogni passaggio in Senato per i giallorossi è a rischio agguato. Da ieri la coalizione è al di sotto della maggioranza assoluta di 161 voti: la grillina Alessandra Riccardi, che aveva votato contro il processo a Salvini per la Open arms, è passata alla Lega. «Prendo atto ma non mi arrendo», sospira il capogruppo pentastellato Gianluca Perilli che conta defezioni mentre gli stati generali del M5s sono rimandati a ottobre.

La leadership incerta si riflette sulle trattative per le Regionali del 20 settembre. Ieri Nicola Zingaretti si è sfogato su Facebook. «Tra le forze politiche a sostegno del governo Conte prevalgono i no, i ma, i se, i forse, le divisioni. -sbotta- Il motivo è ridicolo: si può governare insieme 4 anni l’Italia ma non una Regione o un Comune perché significherebbe alleanza strategica». Per Zingaretti così «si lascia mezza Italia a Salvini». I grillini rimpallano le responsabilità: su Sanza in Liguria l’intoppo è in casa Pd. Su De Luca ed Emiliano c’era il veto, ma il Pd ha insistito. Zingaretti sospetta anche intese trasversali di Renzi con Salvini per un’azione di disturbo in Puglia (la candidatura Scalfarotto), in cambio di una candidata debole in Toscana (Susanna Ceccardi). Il leader Pd così evoca il «tafazzismo», ma intanto mette le mani avanti: se il 20 settembre si perde non sarà colpa sua.


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