Conte respinge l’ultimatum renziano. “Venga in Parlamento se vuole sfiduciarmi”

Il premier non arretra sui temi caldi, ripropone la task force sul Recovery e minaccia Iv: “In Aula ognuno si assumerà le proprie responsabilità”

Lo chiamavano «er lumaca», ma poi a Capodanno Giuseppe Conte scoprì di avere fretta. «Non possiamo galleggiare», annuncia infatti il premier, e detto da lui fa un certo effetto. «Non possiamo fallire», aggiunge, da Bruxelles ci stanno già con il fiato addosso. «Non va tutto bene», ammette: il piano per i 209 miliardi, come ha spiegato Paolo Gentiloni, è da buttare nel cestino. «Dico sì a corsie presenziali e percorsi accelerati per il Recovery Plan». E non è più solo un problema di cabine di regia: se l’Italia non riuscirà a tenere a bada la burocrazia e a garantire tempi certi per l’attuazione dei progetti, «le tranche semestrali del fondo rischiano di essere sospese o addirittura di dover essere restituite».

Intanto Renzi lo ha azzannato sul collo e la crisi della Befana sembra scontata. «Serve una sintesi politica urgente ma, come Moro, non accetto la logica degli ultimatum. Credo che nessuno voglia rompere in questo momento, comunque ogni passaggio sarà consumato alle Camere dove ognuno si assumerà la responsabilità del caso». Matteo è sfidato: chi vincerà?

Nervoso, accerchiato, stretto nella tenaglia Ue-Renzi, il presidente del Consiglio parla per due ore a mezzo a Villa Madama e cerca di riproporre lo schema che portò dal Conte 1 al Conte 2. Certo, stavolta tenere buona l’Europa è un bel problema. «Dobbiamo correre. Bisogna rafforzare la credibilità del governo e della classe politica. Voglio andare in Consiglio dei ministri all’inizio di gennaio, incontrare sindacati e parti sociali, assorbire il necessario contributo del Parlamento e consegnare il piano all’Europa a metà febbraio». Così «dovremmo fare in tempo». Speriamo. Ma non è detto, difatti ragiona su una clausola di salvaguardia: «Se non si rispetta il cronoprogramma, le erogazioni vengono sospese. Occorre un meccanismo che stabilisca che succede se si accumulano ritardi e come intervenire». Insomma, quasi quasi torna la task force. «Per la struttura di governance penso a un decreto».

Con Italia Viva invece pensa di cavarsela invitandoli ad uscire allo scoperto in aula. Chi farà un passo indietro? A giorni ripartirà la verifica, «ci confronteremo in modo franco», e nel frattempo nessuna concessione, a partire dal controllo sui servizi segreti, che vuole tenere per se anche a costo di sfidare sprezzante pure il Pd. «Abbiamo già il Copasir, presieduto dall’opposizione, che garantisce il rispetto dell’interesse generale. Chi mi chiede di abbandonare la delega dovrebbe spiegare perché: si tratta di una prerogativa del presidente del Consiglio. Altrimenti dobbiamo cambiare la legge».

O cambiare il governo. Conte pero sembra convinto di riuscire ad evitare la crisi. «Tutto si può risolvere con il confronto che abbiamo cominciato e con una sintesi delle diverse esigenze. Dobbiamo avere una prospettiva di legislatura nel quadro dell’occasione storica dei 209 miliardi del Recovery Fund». Questo è il collante che secondo lui, al dunque, terrà insieme la coalizione giallorossa. Il premier consulterà, accetterà suggerimenti e idee, ascolterà, si confronterà con i partiti che lo sostengono e anche con l’opposizione, assicura. E alla fine sarà lui a «compiere la mediazione». Il presidente del Consiglio «non sfida nessuno, ma ha la responsabilità di una sintesi politica e di un programma di governo, con lo scopo di conseguire gli interessi generali del Paese».

Se qualcuno dopo la verifica vuole scendere, suoni il campanello. «Ogni passaggio sarà consumato in Parlamento, con la massima trasparenza. È chiaro che senza la coesione delle forze di maggioranza non si può governare, solo vivacchiare. Se verrà meno la fiducia di un partito mi presenterò alle Camere, senza cercare altre formule. Ma non voglio credere che, con quello che succede, si arrivi a uno scenario del genere».

E se la crisi si aprirà davvero, partirà il piano di riserva, il Conte 3. Un rimpasto? Perché no? Però non sarà lui, dice, a proporre un restyling. «Un capitano difende sempre la sua squadra con tutti i giocatori». E se gli impongono due cani guardia, due vicepremier forti come Luigi Di Maio e Andrea Orlando? Non si sentirebbe commissariato. «Sono cose che devono chiedere le forze politiche. Se verrà posto il problema, lo affronteremo. Tutto è possibile, però nel precedente governo non è stata una formula di grande successo».

E il partito del premier? Conte candidato di alleanza M5S-Pd-Leu senza renziani? Solo fantasie, giura. «Non lavoro a una mia lista. Sono qui per programmare il futuro, per il Recovery Plan, abbiamo preparato una manovra espansiva da 40 miliardi, non potrei distogliermi da questi compiti per impegnarmi in una campagna elettorale»


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