Conte si gioca i vescovi sulla pillola abortiva. “Violata la Costituzione”

Il quotidiano della Cei attacca il governo per la circolare sull’interruzione di gravidanza

Vescovi contro governo: la pillola abortiva non va giù a Oltretevere. E dopo l’Osservatore romano, anche il quotidiano dei prelati italiani scende in campo contro la decisione dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte di annullare (attraverso una circolare del Ministero della Salute, che dà attuazione alle indicazioni scientifiche del Consiglio superiore di Sanità) l’obbligo di ricovero ospedaliero in caso di interruzione di gravidanza farmacologica.

Una scomunica obbligata e più o meno scontata, visto l’argomento, ma il fatto che arrivi alla vigilia delle elezioni regionali e in una situazione politica non brillantissima per la maggioranza preoccupa non poco il premier. Tanto che si racconta che da Palazzo Chigi si sia tentato di evitarla, o almeno addolcirla. Senza risultato, a quanto pare: l’accusa piombata sul governo dai prelati è tutta politica. La circolare ministeriale sarebbe niente meno che «anticostituzionale», assicura Avvenire, facendosi singolarmente paladino della legge 194 sull’aborto, e appigliandosi alla sua lettera: «Continua a suscitare perplessità la decisione ministeriale di coinvolgere i consultori familiari nella pratica abortiva», scrive il quotidiano della Cei. «Alterare la disciplina con una semplice circolare, e non attraverso una modifica parlamentare della legge vigente, darebbe vita ad una violazione della Costituzione».

Ad Avvenire, ovviamente, sanno benissimo che la via «tecnica» della circolare è stata scelta anche allo scopo di evitare al premier di prendere posizione, politicizzando una decisione che lo avrebbe messo subito in rotta di collisione con le gerarchie. La rete dei consultori, è la tesi di Avvenire, «nasce con finalità esattamente opposta: fornire una alternativa alle donne che pensano di trovarsi costrette, dalle circostanze più varie, a spegnere in grembo la vita del proprio bimbo». A rincarare la dose è il presidente della Conferenza episcopale, cardinale Bassetti, che dal Meeting di Rimini spiega – con metafora non originalissima – che «l’aborto non è come un bere un bicchier d’acqua» (con annessa pillola, si immagina). Anche il cardinale si fa paladino della legge 194, perché «dà delle garanzie alla donna», che invece l’aborto farmacologico senza obbligo di ricovero non assicurerebbe.

Nel governo l’ordine di scuderia partito da Palazzo Chigi è chiaro: non replicare, per evitare di ampliare una rottura assai indigesta al premier che va in giro sventolando santini di Padre Pio e non perde occasione per ricordare le relazioni speciali con ambienti cattolici e con prelati potenti come il defunto cardinal Silvestrini, di cui Conte, secondo le cronache, fu pupillo prediletto. Non è la prima incrinatura dei rapporti tra governo Conte e gerarchie cattoliche: già all’epoca del lockdown la decisione di prolungare, per evitare occasioni di contagio, la sospensione delle messe fu occasione di scontro. Quando il presidente del Consiglio, seguendo le indicazioni del Comitato tecnico scientifico, rese pubblica la scelta, la Cei emise una durissima nota, accusando l’esecutivo di aver agito «arbitrariamente», arrivando a parlare addirittura di «compromissione della libertà di culto». La crisi poi fu superata, ma oggi si riapre una faglia.

E il silenzio del governo offre alle opposizioni il destro per farne strumento di propaganda: non a caso la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni si tuffa subito a pesce sull’occasione, e intima al governo di «ritirare immediatamente queste vergognose linee guida: un provvedimento che banalizza l’aborto farmacologico in una pratica fai-da-te e abbandona le donne a se stesse». Se l’esecutivo Conte, prosegue Meloni, vuole «cambiare la legge 194, abbia il coraggio di proporlo apertamente, invece che con blitz agostani contro la Costituzione».


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