Conte teme il test Regionali. Ma i grillini non lo seguono

Cade nel vuoto l’appello pro-alleanze del premier. “Fuori tempo massimo, non ci stiamo”. Pd in pressing

Se il presidente del Consiglio è costretto a lanciare un disperato appello dell’ultim’ora pro alleanza Pd-M5s in due regioni, Marche e Puglia; e se a stretto giro di posta l’appello medesimo viene respinto con pernacchie da uno dei due partiti, le cose non sono messe benissimo per la maggioranza.

Giuseppe Conte fa ricorso all’ambiente protetto del Fatto Quotidiano per tentare in extremis di spingere i grillini ad appoggiare i due candidati dem più a rischio: «Trovo ragionevole che le forze politiche che sostengono il governo provino a dialogare anche a livello regionale. Presentarsi divisi espone al rischio di sprecare una grande occasione», asserisce. Lo spettro del 4 a 2, con il centrosinistra sconfitto e le inevitabili ripercussioni sui vertici Pd e sullo stesso governo mettono in allarme Nazareno e capo del governo. E così, in una maxi-intervista ad hoc affidata alla sapiente penna governativa di Marco Travaglio, ritenuto da Palazzo Chigi affidabile quanto un Rocco Casalino bis, Conte lascia cadere anche un’esca appetitosa, nella speranza che i Cinque Stelle abbocchino: «Queste elezioni regionali coincidono con un appuntamento storico per noi», ossia il Recovery Fund che dovrebbe far affluire, l’anno prossimo, massicci aiuti Ue al paese più malmesso d’Europa, il grande malato Italia. «Le Regioni – flauta suadente Conte – saranno coinvolte in questi progetti, e diventeranno centri di spesa». Davvero i grillini, con i loro candidati destinati a sicura sconfitta, vogliono essere esclusi da un simile banchetto? Subito gli fa eco dalle Marche il leader dem Matteo Ricci: «Possiamo scrivere insieme un progetto di rinascita della regione grazie al Recovery Fund». L’offerta, però, non fa breccia nel muro eretto dai Cinque stelle locali contro i candidati dem, e il premier viene respinto con perdite: «Io non mollo», annuncia il candidato nelle Marche (pomposamente ribattezzate dal Fatto, con sprezzo del pericolo, «Ohio d’Italia»), tal Mercorelli. «Troppo tardi per pensarci adesso»,l’appello di Conte è «fuori tempo massimo», infierisce. Riferendo di aver avuto dal Pd la proposta di fare il vicepresidente del Consiglio regionale in cambio della desistenza. Troppo poco, fa sapere: «Non mi vendo per una poltroncina». Stesse reazioni in Puglia, dove Michele Emiliano, che dopo cinque anni di governo e con la sfida in casa del renziano Ivan Scalfarotto, non è riuscito a fare breccia nell’elettorato pentastellato, peraltro ridotto ai minimi termini. Del resto in Liguria, dove l’alleanza sul grillino Sansa è stata siglata, i sondaggi restano ugualmente pessimi. Domani le liste vanno depositate, il tempo è agli sgoccioli, e dal Pd si scatena un pressing disperato. Il ministro Francesco Boccia (pugliese e supporter di Emiliano) avverte: «I Cinque Stelle rispondano all’appello di Conte. Senza alleanze, chiederemo agli elettori il voto disgiunto» tra lista grillina e candidato presidente dem. Dal fronte M5s arriva la replica sdegnata dell’indimenticabile Danilo Toninelli (oggi grande stratega delle campagne elettorali pentastellate), che dichiara «offensiva» la «minaccia» dem e ne ha anche per Conte: «Non ci possono essere imposizioni dall’alto» sulle alleanze. Anche il letargico Vito Crimi, capo pro tempore del partito, respinge l’intervento a gamba tesa del premier nella campagna elettorale, che sta mettendo in subbuglio i suoi: «Le decisioni dei territori vanno rispettate, le alleanze si fanno solo dove ci sono le condizioni». Una debacle, insomma: l’appello contiano cade rumorosamente nel vuoto. «Le speranze di un’intesa, a questo punto, sono pochissime», ammettono al Nazareno. E il segretario dem pugliese, Marco Lacarra, avvisa anche il premier: «Pensare che il voto regionale non abbia ripercussioni sul governo è irresponsabile».


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