Coronavirus: “Dona la potenza del tuo computer e troveremo la cura”

“Dona la potenza del tuo computer e troveremo la cura”. Ecco la promessa di alcuni progetti basati sul “crowd computing”, l’unire le capacità di calcolo di centinaia di migliaia di pc sparsi per il mondo così da individuare o testare virtualmente le possibili molecole in grado di annientare il Coronavirus. Basta scaricare il programma, installarlo, e quello in automatico sfrutta le risorse della macchina quando non la stiamo usando come accadeva ai tempi di Seti@home, nel 1999, fra i primi progetti del genere nato per analizzare i segnali radio captati dallo spazio.

Oggi cambiano i nomi e ovviamente l’obbiettivo. Folding@Home, software inventato alla Stanford University sotto la direzione del professor Vijay Pande, è stato recentemente convertito alla crociata contro la pandemia chiedendo aiuto a chiunque abbia un pc: giocatori di videogame, cercatori di bitcoin, imprenditori, semplici cittadini. Oltre 400mila le adesioni e una potenza di calcolo che va crescendo: “Siamo a 2,4 exaFlops”, hanno twittato dagli Stati Uniti. “Significa una velocità maggiore dei primi 500 super computer messi assieme”.
Non è l’unico elaboratore di massa costruito attraverso la Rete a giocare la stessa partita. La Fondazione Vodafone e l’Imperial College di Londra hanno ad esempio appena lanciato un progetto che permette a chiunque abbia uno smartphone di dare un contributo grazie alla app DreamLab, che al posto del pc usa la capacità dei telefoni e alla data di ieri aveva collezionato settantamila adesioni.

Centinaia di molecole

“I vantaggi sono evidenti: i calcoli che un super computer da solo porterebbe a termine in settimane o mesi, con una rete sufficientemente ampia in crowd computing vengono svolti nel giro di 24 ore”, racconta al telefono da La Jolla, sud della California, Stefano Forli, del Dipartimento di Biologia Integrativa Strutturale e Computazionale di Scripps Research. E’ il direttore del progetto OpenPandemics – Covid-19, messo in piedi assieme all’Ibm World Community Grid. A 44 anni, originario di Cassino e negli Usa dal 2008, Forli e il suo gruppo stanno per sfornare centinaia di molecole che potrebbero tornare utili per produrre un farmaco contro il Coronavirus. Non parliamo quindi di vaccini, ma di medicinali per curare il virus.

Coronavirus, illustrazione di David Goodsell, Scripps Research

Il software, che gira sulla rete organizzata dalla Ibm, seleziona le molecole che possono legarsi in maniera irreversibile al Covid-19 e neutralizzarlo con il metodo chiamato “reactive docking”. Il tutto grazie ad un algoritmo predittivo. A differenza di altri, che adoperano la potenza dei computer del loro network per elaborare alcune decine di molecole che hanno già dimostrato di essere promettenti, OpenPandemics ne cerca di nuove testandone in digitale 350 milioni al giorno. Da queste si arriva non a decine ma a centinaia di candidati potenzialmente pronti per esser integrati anche su farmaci già in commercio.

Passare dal virtuale al reale

“Il collo di bottiglia? La fase successiva: il test chimico delle molecole scelte”, spiega Forli. Esistono nel mondo cataloghi di molecole che si ordinano online a prezzi che vanno dai 60 ai 100 dollari. Dunque, una volta che il super computer condiviso individua virtualmente quali dovrebbero andare bene, bisogna metterle alla prova in laboratorio e per farlo su larga scala servono soprattutto fondi. Quelli che ora il gruppo di OpenPandemics sta cercando per passare dal virtuale al reale.
Ad ogni modo inutile aspettarsi una soluzione nel giro di qualche giorno. Le piattaforme di crowd computing possono dare una grossa mano e si spera che gli sforzi vengano uniti anche per affrontare emergenze future. Ma da quando si individuano una o più molecole a quando si ha farmaco che è stato testato ed è compatibile alla somministrazione, di tempo ne passa. Parliamo di anni e non di mesi.  
 

Fonte originale: Leggi ora la fonte