Coronavirus, il diktat di Donald Trump: “Sospendere l’immigrazione negli Usa”

NEW YORK –Donald Trump vuole sigillare completamente le frontiere degli Stati Uniti, vietando ogni tipo d’immigrazione. La motivazione: proteggersi dal coronavirus. Il presidente lo annuncia con un tweet di lunedì sera, che anticipa il contenuto di un decreto governativo: “Alla luce dell’attacco dal Nemico Invisibile, e per proteggere i posti di lavoro dei nostri GRANDI Cittadini Americani, firmerò un Ordine Esecutivo per sospendere temporaneamente l’immigrazione negli Stati Uniti!” L’annuncio è clamoroso e diventa la notizia di apertura di tutti i media americana. Non è chiaro – in attesa che sia noto il testo del decreto – quali ne saranno le conseguenze concrete. Infatti gli ingressi di stranieri negli Stati Uniti sono già quasi del tutto proibiti. A gennaio Trump varò il primo divieto, bloccando gli arrivi dalla Cina. All’inizio di marzo ne varò un altro che chiudeva le frontiere ai passeggeri dall’Europa. (Restano delle eccezioni: dai diplomatici agli equipaggi aerei, e soprattutto i titolari di Green Card cioè i cittadini stranieri con permesso di residenza permanente). Alla fine di marzo la sua Amministrazione ha usato la legge sull’emergenza sanitaria per chiudere la frontiera col Messico ai richiedenti asilo. 

Quest’ultimo annuncio generalizza i divieti, ma sembra avere soprattutto un significato politico. La portata simbolica, l’effetto-annuncio, è innegabile. Le conseguenze concrete sono da verificare visto che gli ingressi alle frontiere erano ormai ridotti ai minimi termini da marzo. La promessa di “proteggere i posti di lavoro” è coerente con la filosofia di Trump: America First, lo slogan della sua campagna elettorale nel 2016, puntava a dare la priorità all’interesse dei cittadini, in particolare quei ceti medio-bassi che soffrono la concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro. Trump può pensare di riscuotere nuovi consensi in questa fase in cui la disoccupazione è esplosa con una crescita esponenziale: l’ultimo dato di venerdì scorso la stimava a 22 milioni, da allora è sicuramente aumentato. La distruzione di posti di lavoro da quando è cominciato il “lockdown” supera i 6 milioni ogni settimana.

L’emergenza però non ha nulla a che vedere con l’immigrazione, bensì è la diretta conseguenza della paralisi economica imposta con le chiusure obbligatorie e le restrizioni ai movimenti. Peraltro in quei settori che producono beni di prima necessità – come l’agricoltura – la manodopera straniera è spesso indispensabile per garantire i raccolti e la distribuzione, e impedire che si verifichino penurie. Anche l’attività delle consegne a domicilio, che è aumentata in misura esponenziale nelle grandi città come New York o Los Angeles, fa spesso ricorso a forza lavoro immigrata. 

L’annuncio del decreto esecutivo contro l’immigrazione arriva mentre la Casa Bianca e i due rami del Congresso (la Camera a maggioranza democratica, il Senato a maggioranza repubblicana) stanno raggiungendo un accordo per un’ulteriore manovra di aiuti pubblici, dell’entità di 450 miliardi, in larga parte destinata alle imprese. Intanto alcuni Stati governati dalla destra, come Texas e Florida, stanno accelerando i tempi della riapertura. La maggioranza dei governatori tuttavia attende che ci siano condizioni di sicurezza sanitaria, e la Casa Bianca continua ad essere sotto accusa per l’insufficienza dei test.



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