Coronavirus, ogni giorno un questionario via mail. E Israele ha fermato la pandemia

E’ diventata celebre con le sue lezioni sugli algoritmi predittivi legati non solo alle epidemie. Kira Radinsky, oggi a capo della Diagnostic Robotics e precedentemente direttrice del laboratorio di Data Science di eBay, sui dati e sull’intelligenza artificiale ha costruito la sua carriera. A 33 anni il Ministero della salute di Gerusalemme l’ha voluta nel suo gruppo di esperti chiamato a sviluppare contromisure digitali per arginare la pandemia. Non è fra coloro che ha creato la app per il tracciamento dei contatti, bensì un sistema complementare che interviene a monte. Un questionario online sui sintomi, sviluppato in molti altri Paesi e anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che raramente però entra nel dibattito pubblico tutto concentrato sulle sole app. Eppure i risultati raggiunti dal gruppo di Kira Radinsky, grazie anche alle altre misure prese e ad una digitalizzazione della sanità avviata da almeno dieci anni, sono notevoli: stando allo European Centre for Disease Prevention and Control, le attuali 234 vittime i Israele, a fronte di 16mila casi e 9mila ricoverati, significano circa 26,8 persone decedute per milione di abitanti contro i 477 dell’Italia. Circa 46mila i test, sempre per milione di abitanti, rispetto ai nostri 36mila. 

Il questionario: avete febbre o tosse?

“Abbiamo iniziato guardando ad uno dei problemi maggiori della pandemia: il possibile sovraffollamento delle strutture ospedaliere”, racconta lei stessa. “Soprattutto per quel che riguarda le terapie per pazienti con insufficienza respiratoria. Per questo abbiamo pensato subito ad un questionario da compilare online per avere in tempo reale un’idea relativamente precisa delle condizioni dei cittadini giorno per giorno. Una serie di domande su possibile febbre, tosse e altri sintomi che portano a isolare i casi più probabili di contagio capendo quali probabilmente richiederanno l’intervento medico e quali invece possono esser trattati a casa”.  

Le analisi predittive sull’epidemia nascono da queste informazioni?
“Esatto. Circa un mese fa il Ministero della salute qui in Israele ha richiesto una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale che aiutasse lo smistamento (triage) dei pazienti. Da allora abbiamo cominciato a collaborare con cinquanta ospedali. Forniamo una piattaforma epidemiologica predittiva che li aiuta a sapere, con diversi giorni d’anticipo, dove il virus si diffonderà grazie al questionario. In tal modo sappiamo dove inviare il materiale e il personale necessario per affrontare la pandemia e quali misure adottare, se una quarantena stretta o una a maglie più larghe”.

A chi inviate il questionario?
“A tutti i cittadini israeliani quotidianamente. E’ un link inviato via messaggio. Nel caso la situazione richieda un accertamento medico, si passa al contatto sempre da remoto con l’ospedale. Ci sono diversi livelli di rischio e per chi è risultato positivo ai test o chi probabilmente lo è, è obbligatorio avere la app per il tracciamento dei contatti chiamata Hamagen (“Scudo” in ebraico, ndr) che ovviamente è cosa separata dal questionario. Ma è su quest’ultimo che costruiamo la mappa predittiva della diffusione del virus. L’insieme di questi due sistemi, app e questionario, ha permesso di limitare fortemente il numero di decessi avendo indicazioni puntuali su cosa fare, dove e quando”.

Fra i decessi includete tutti coloro che hanno avuto il Coronavirus o solo quelli morti unicamente per il Covid-19 senza avere altre patologie?
“Ovviamente tutti”.

Se queste soluzioni predittive funzionano così bene, come mai nessuno le ha sviluppate in passato?
“Perché la maggior parte dei sistemi predittivi sulle epidemie erano basati sul colera o altri virus. Il Covid-19 ha delle sue specificità che non erano mai apparse prima. Che una pandemia del genere potesse accadere era stato ipotizzato, ma non esisteva nessun modello che potesse dire in quali condizioni e dove potesse emergere. C’è stata una certa mancanza di visione sul futuro. Perché era chiaro anche prima della pandemia che le strutture sanitarie per reggere al progressivo invecchiamento della popolazione avrebbero dovuto essere digitalizzate e così l’assistenza ai cittadini. Per questo in Israele è stato avviato un processo di informatizzazione del sistema ospedaliero già dieci anni fa”.

Cosa pensa delle polemiche mondiali legate ai timori di violazione della privacy?
“Certe soluzioni ipotizzate qui in Israele o l’uso dei dati del gps senza il consenso esplicito dei cittadini, sono state bloccate. Ora le informazioni raccolte sono semi anonime e in ogni caso è lo stesso medico che chiede al paziente di poter usare quelle più sensibili quando serve. Si tratta di sfruttare i dati per il bene della società e per la salute pubblica, alla fine. Non solo. Questo processo ha anche aiutato a prendere decisioni importanti riguardo le strutture produttive o il grado di isolamento nelle varie zone. E’ accaduto ad esempio nella città ultraortodossa di Bnei Brak, dove si è arrivati alla chiusura guardando all’impennata dei contagi. Ovviamente la tecnologia e i dati non bastano, servono però a sapere dove indirizzare le risorse di cui nessun Paese ha disponibilità illimitata”.

Molte nazioni stanno adattando sistemi digitali solo ora, alcuni prevedono un questionario simile al vostro come la stessa app Italiana Immuni. E’ troppo tardi?
“Prima si adottano certe misure più si salvano vite. Ma questo non significa che non abbia senso metterle in campo anche dopo. Servono in ogni caso anche nella seconda o terza fase”.


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