Covid, il piano della Merkel pronto il 16 gennaio. Perché Conte ha tardato tanto?

Mentre l’Italia si apprestava a redigere il “piano segreto”, Berlino ne stava già applicando uno. E il sistema sanitario ha retto

L’Italia un piano pandemico contro il coronavirus lo ha avuto solo il 2 marzo, dieci giorni dopo l’esplosione del contagio. La Germania, invece, lo aveva pronto già dal 16 gennaio. Un mese e mezzo prima. Le date in questo caso non sono dettagli, fanno la differenza. E forse hanno salvato vite (tedesche). Lecito dunque chiedersi: perché Berlino era preparata e Roma invece no? Nella lunga serie di interrogazioni parlamentari depositate dal deputato di FdI Galeazzo Bignami, è contenuto anche un interrogativo che riguarda l’ormai noto “piano segreto” anti Covid. Un documento riservato, tenuto nascosto anche alle Regioni, di cui è stata negata l’esistenza e ancora oggi non divulgato ufficialmente. Sul tema si attende una sentenza del Tar del Lazio, che potrebbe costringere il ministero a renderlo pubblico. Ma ora a tenere banco non è tanto la sua esistenza o meno. Quanto le tempistiche con cui si è arrivati a redigere un dossier nato troppo “tardi” per essere utilizzato al meglio contro l’avanzata del morbo.

A ricostruire nel dettaglio quanto successo in quei giorni è il Libro nero del coronavirus, già arrivato alla prima ristampa. Il 31 gennaio, come noto, il governo delibera lo Stato di emergenza dopo il test positivo di due turisti cinesi. Qualche giorno prima, il 22 gennaio, al ministero della Salute si era riunita la prima task force che aveva scoperto l’inesistenza di un Piano pandemico aggiornato. Gli esperti avevano deciso di elaborare uno studio sui possibili scenari e l’eventuale impatto del Covid sul Ssn. Si trattava di precauzione, visto che nessun italiano a quel tempo sapeva di essere infetto. Insomma: il governo aveva giocato (quasi) d’anticipo rispetto all’epidemia. Ma poi qualcosa si inceppa non appena la palla passa nelle mani del Comitato tecnico scientifico. Le tempistiche di produzione del dossier, infatti, non sono rapide: il 12 febbraio un matematico, Stefano Merler, presenta i suoi calcoli al Cts che decide di creare un “gruppo interno” per produrre una “prima ipotesi di piano operativo”; tra il 19 e il 20 febbraio gli esperti si incontrano e presentano una prima bozza a Speranza; poi il Cts torna a valutarlo il 24 febbraio, cioè tre giorni dopo Codogno; e arriverà a una versione definitva solo il 9 marzo. Cioè a epidemia conclamata. Ovvero troppo tardi per essere davvero utile.

Le domande che Bignami rivolge a Speranza sono due. Primo: per quale motivo l’Italia non aveva un piano pandemico aggiornato, “come prescritto dalle fonti normative e internazionali”, ed è stata costretta a realizzarlo in corso d’opera? Secondo: perché mentre la Germania già dal 16 gennaio esistevano protocolli per la valutazione del rischio e linee guida per testare, tracciare e gestire il contagio”, l’Italia non aveva tra le mani un documento su cui basarsi per gestiore il morbo?

[[fotonocrop 1898843]]

Il modello tedesco, in effetti, su questo si è dimostrato ben più preparato del sistema italiano. In un articolo pubblicato sulla piattaforma Exemplars in Global Healt e su Our World in Data (un progetto di alcuni ricercatori dell’Università di Oxford), emerge che a Berlino “le valutazioni dei rischi e le linee guida tecniche per i test, la ricerca dei casi, la ricerca dei contatti, l’igiene e la gestione delle malattie, nonché vari altri documenti, erano disponibili dal 16 gennaio”. Lo stesso giorno i ricercatori del Centro tedesco per la ricerca sulle infezioni dell’Università Charité avevano anche sviluppato il primo test diagnostico per rilevare il “nuovo coronavirus cinese”, oggi utilizzato da quasi tutto il mondo per effettuare i tamponi. E questo ben 10 giorni prima che il 27 gennaio scoppiasse il primo focolaio in Baviera. La differenza con l’Italia sta tutta qui: “Il governo tedesco – si legge nell’articolo – è entrato nella pandemia con un dettagliato piano pandemico nazionale. Insieme ai piani di preparazione generici e ad altri piani e documenti specifici per malattie (ad esempio, per MERS), questo piano di risposta dettagliato ha consentito al governo di attivarsi rapidamente, senza sprechi di tempo in controversie relative a governance, contabilità o costi”.

A Roma, invece, il 22 gennaio abbiamo scoperto di essere disarmati. Ma abbiamo approvato un “piano” solo un mese e mezzo dopo. Quando ormai lo tsunami si era abbattuto sulla Penisola. Perché?

Speciale: 


Fonte originale: Leggi ora la fonte