Crisi Mes: Conte anti Pd e Speranza

L’ultimo atto di una tensione che nella maggioranza va sempre più assumendo i contorni di un vero e proprio scontro si è consumato ieri sul Mes

L’ultimo atto di una tensione che nella maggioranza va sempre più assumendo i contorni di un vero e proprio scontro si è consumato ieri sul Mes. Seguendo il solito (e ormai noioso) spartito, che vede da una parte un Pd decisamente favorevole all’utilizzo del Fondo salva Stati e dall’altra un M5s che al solo sentire pronunciare il famigerato acronimo va in crisi di nervi. In mezzo, a galleggiare con l’abilità di sempre, Giuseppe Conte. Ma, questa volta, con un equilibrio che pare diventare ogni giorno più precario.

Nel Pd, infatti, il livello d’insofferenza verso il premier sembra aver ormai raggiunto il livello di guardia. Nicola Zingaretti non fa mistero del fatto che Conte «non può continuare a fare il notaio senza assumersi mai responsabilità», mentre il capo delegazione dem al governo Dario Franceschini pare essersi convinto che la situazione sia vicina al punto di non ritorno. L’indecisione di Conte non solo su Mes e Recovery fund, ma pure sulle riforme istituzionali, rischia – questi sono i ragionamenti condivisi dai vertici dem – di «esporci a una vera e propria gogna pubblica». D’altra parte, nonostante le richieste ultimative delle ultime settimane, il Pd non solo non sta portando a casa nulla, ma va regolarmente a sbattere contro un vero e proprio «muro di gomma».

Di qui la scelta – ragionata a tavolino – di alzare il tiro e far uscire il premier allo scoperto. Ieri, peraltro, ci ha messo il carico sopra Roberto Speranza. Che non è del Pd, ma in quanto ministro della Salute non vorrebbe farsi sfuggire il Mes, che rappresenta una linea di credito da 36 miliardi di euro tutti da dedicare al Servizio sanitario nazionale. «Bisogna aprire una nuova grande stagione di investimenti sulla sanità, finanziati – ha detto – con tutte le leve di cui disponiamo: il bilancio dello Stato, il Recovery fund e il Mes, che è uno strumento a cui bisogna guardare con assoluta serenità». Conte non ha troppo gradito e dalla Spagna ha mandato a dire a Speranza che «il problema non è lo strumento ma le risorse». E «per la sanità ci sono risorse adeguate». Di Mes, insomma, non se ne parla.

Anche perché sul punto il M5s ha un approccio così ideologico che martedì sera hanno dovuto spiegare al capo delegazione grillino Alfonso Bonafede che il dibattito non era sull’utilizzo dei fondi del Mes sanitario ma sulla riforma dello stesso in sede Ue. «Basta la parola Mes per spaccare il Movimento, quindi non se ne deve parlare», è stata la risposta del ministro della Giustizia.

È questa, d’altra parte, la cornice all’interno della quale si muove un Conte che non può permettersi di perdere l’appoggio del M5s. Ed è proprio per questo che il premier continua a dribblare la questione, tanto che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri non riferirà in Aula come richiesto dalle opposizioni ma solo nelle commissioni Finanze e Affari europei, con un confronto – e quindi una risonanza sui media – ridotto quindi al minimo sindacale.

I riflettori, insomma, restano puntati sul 9 dicembre. Quando Conte non potrà fare a meno di presentarsi nell’Aula del Senato per le consuete comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre. Presenza, spiega il capogruppo dem a Palazzo Madama Andrea Marcucci, «già calendarizzata» e che prevede un voto. In quell’occasione non si parlerà solo di Mes, ma dell’insieme degli strumenti che l’Ue mette a disposizione degli Stati, ma è chiaro che il tema del Fondo salva Stati sarà centrale. A quel punto – è l’idea di Zingaretti – Conte non potrà continuare a «galleggiare». Che è esattamente quello che invece pensa di fare il premier per provare ad evitare che il gruppo parlamentare grillino vada in crisi di nervi. D’altra parte – come ha detto Bonafede, citando uno storico slogan pubblicitario – con il Mes «basta la parola».


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