David 2020, Bellocchio: “La creatività non ha età. Ora la serie su Moro e un film su mio fratello”

Marco Bellocchio s’affaccia nella finestra digitale dalla sua casa nella Tuscia, con la polo bianca e un sorriso ragazzino. Nella chiacchierata da vincitore di sei David di Donatello, il giorno dopo la cerimonia distanziata, ci ricorda quello che tutti quelli che lavorano con lui ripetono: il cineasta, ottant’anni, è una delle teste più giovani e creative del panorama italiano. Si parla di progetti, la serie e il film sul fratello, d’attualità, giudici e mafiosi, di clausura e letture, la scoperta del Decamerone. Poco prima del collegamento il produttore Simone Gattoni racconta di come il regista, schivo, nella campagna da Oscar per Il traditore abbia imparato a divertire il pubblico. Bellocchio era a Barbarano al momento del lockdown, e lì sta trascorrendo queste settimane.

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Bellocchio spiega l’aria serena: “Ho dormito benissimo, tra i vantaggi dell’età ci sono tranquillità e saggezza”; per un momento si affaccia a salutare Francesca Calvelli, moglie e montatrice appena premiata del film vincitore. “La rappresentazione in tv di ieri è un unicum, spero che lo sia: un grande presentatore solo, alla fine la presidente Piera Detassis. La cerimonia virtuale ha rimandato alla situazione drammatica che viviamo. Il film ha avuto meno riconoscimenti all’estero – in America la campagna era fatta da un distributore che aveva anche il concorrente Dolor y gloria di Almodóvar – ma i David sono importanti e i premi servono perché alzano il punteggio, aiutano i finanziamenti. E siccome il mio è un dato anagrafico reale, a ottant’anni ricevere premi è un modo per dire che sei vivo e che continui a lavorare, e quindi un modo per avere fiducia. Ieri ho dimenticato, tra i ringraziamenti, tutti i giurati che ci hanno votato”.

Sull’immagine degli anziani sui media nelle settimane della pandemia ragiona Bellocchio, “si è sentita una realtà drammatica, non la contrapposizione dei giovani contro i vecchi ma il fatto che i giovani possono sopravvivere,  mentre i vecchi sono fragili e muoiono più facilmente. Poi all’ultimo, grazie a una ideologica cattolica che potremmo dire di salvezza per  tutti e soccorso ai deboli per non dimenticare nessuno, lo sguardo si è modificato, anche perché si è alleggerita la situazione, si sono liberati i posti in terapia. Quanto alla creatività, certo quella non ha età la cinema. Io ho ottant’anni e cerco di andare avanti, inventare sempre cose nuove”.

Sul fronte attualità si esprime sulle sale vuote e sulle messe: “Le chiese riaprono prima, ma sono spazi grandi in cui è facile il distanziamento rispetto a un cinema o un teatro. Ma gli spettacoli all’aperto, le arene, con lo giusto distanziamento è utile che ripartano”.

Il traditore è un grande film sulla mafia, affresco di un pezzo di storia recente del nostro paese, colto e popolare, non a caso il film di maggior pubblico per Bellocchio, che così commenta la vicenda del guardiasigilli Bonafede, la scarcerazione e il dietrofront su una lista di detenuti in cui c’erano diversi mafiosi. “Da cittadino la vicenda mi ha colpito molto, ma pare che, leggendo i giornali, i giudici hanno applicato la legge. Magari ci sarà chi ha fatto il furbo, ma se un essere umano è malato in modo grave e non può essere curato in carcere mi sembra umano che possa essere ricoverato a casa, con una serie di controlli. Quanto alla polemica con il procuratore Di Matteo, sono cose misteriose per me, se vi sia una connivenza, una complicità, una non chiarezza non lo so. In italia questa nebbia del non sapere è stata una costante anche nella tragedia di Moro: saranno usciti migliaia di libri sulla strage ma se chiedi ai grandi storici quale è la verità, nessuno la conosce. Anche sulla mafia lascio agli esperti, a chi fa quel mestiere, la competenza di dire la sua”.

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La clausura non potrà non incidere sull’ispirazione degli artisti, la sua ha seguito il percorso della vita: “La fantasia si modifica sulla realtà, sulla storia, come le emozioni. Tutto quello che mi è accaduto in questi anni è entrato nel mio cinema”. Sta lavorando sulla serie televisiva su Moro, Esterno notte, in sei puntate (prodotta da Lorenzo Mieli con The apartment, parte di Fremantle), “una serie per me è una novità assoluta, uno stimolo. Si lavora su una drammaturgia scandita, una serie ha le sue regole che non voglio infrangere gratuitamente. ma di cui bisogna tenere conto. Lo sguardo sarà opposto e capovolto rispetto a Buongiorno, notte, interno alla prigione alla cella. Qui ci moviamo all’esterno, tra i protagonisti che cercano o non cercano di salvare il prigioniero. Il ministro dell’Interno Cossiga, il Papa, i terroristi, Eleonora Moro. Nella prima e nell’ultima puntata c’è un presente con Aldo Moro, che scompare e ricompare appunto alla fine”. Le riprese sono ovviamente slittate, “Noi speravamo di entrare subito in preparazione ma la situazione ci obbliga a rinviare un pochino i tempi. Anche se spesso mi è accaduto che certi ritardi e rallentamenti imprevisti sono stati anche positivi, hai modo di pensare ripensare, rielaborare”

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Ma il progetto a cui tiene di più, e a cui ha iniziato a lavorare nel 2016 è L’urlo, “in questo isolamento ho ripreso in mano un film piccolo ma a cui tengo moltissimo, è una storia familiare, il racconto tragico della morte di un mio fratello gemello. Questo film ora voglio concluderlo, anche se è complicato perché mischia finzione a immagini di repertorio, spero nell’aiuto della grande montatrice Francesca Calvalli. È la nostra storia, un film che inizia dalla nostra nascita. Un film piccolo e complesso ma anche un impegno personale che voglio portare a termine, per me vale quanto Il traditore“.

Durante la chiusura Bellocchio ha riletto Manzoni e scoperto il Decamerone di Boccaccio. “La creatività risponde alla realtà, so di colleghi che si sono attrezzati a immaginare film sulla pandemia o a come girare film in questo periodo. Io ho riletto le cento pagine dei Promessi sposi di Manzoni, che avevo già introdotto nel film Il regista di  matrimoni, che amo molto: nel film c’è il regista che fugge in una città bellissima della Sicilia e viene coinvolto in una situazione per cui si trova a fare il regista di matrimoni. L’altro capolavoro che non avevo letto, io che sono stato educato spesso nei collegi religiosi, è il Decamerone di Boccacio, un capolavoro assoluto, la felicità di questi giovani ritirati nella villa durante la peste a Firenze è un’idea di vita opposta a quella che ho subito attraverso l’educazione cattolica dei Promessi sposi, di don Rodrigo. Da una parte la cattolicità di Manzoni, la peste e la provvidenza, dall’altra la vitalità di Boccaccio nel raccontare, tra momenti terribili e lampi di comicità straordinaria”.



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