De Cataldo mette all’opera Spinori

GIANCARLO DE CATALDO, ”UN CUORE SLEALE” (EIANUDI, pp. 246 -17,00 euro).
    Un mare invernale, grigio e dalle onde alte sotto un cielo, nei giorni tra Natale e capodanno, umido e nuvoloso, salvo qualche squarcio da cui fa capolino un sole fiacco è lo sfondo di questo romanzo, quasi la scenografia dipinta di un’opera, visto che il protagonista è sicuro che la vita sia un melodramma, una storia seria con al centro i grandi temi dall’amore al potere alla morte, cui la musica regala momenti di verità.
    Il sostituto procuratore Manrico Spinori, che Giancarlo De Cataldo sta avviando a divenire un personaggio seriale come quelli di tanti suoi colleghi, ponendolo al centro di un secondo romanzo, a pochi mesi da ”Io sono il castigo”, è così caratterizzato da questa sua passione, quasi un’ossessione attraverso cui leggere la realtà e i casi che gli capita di dover affrontare per lavoro, tanto che ha la sicurezza di aver trovato la soluzione di un caso solo quando questa coincida con i temi e gli avvenimenti di un’opera lirica precisa, che, come scopriremo alla fine, trattandosi di una ”storia di maschere e di intrighi, di tradimento, di slealtà”, di un regicidio, sarà il verdiano ”Un ballo in maschera”.
    Manrico Spinori della Rocca poi, magistrato e uomo tutto d’un pezzo che, quando un capo gli vuole sottrarre un’indagine, protesta mettendosi subito in ferie e compilando la domanda di trasferimento, viene umanizzato dall’avere una ex moglie che vive in America, un figlio, e una relazione con Maria Giulia (naturalmente conosciuta una sera a teatro), e colorito dall’essere di famiglia nobile, tanto che è detto ”il contino”, ma decaduta, anche per colpa della madre ludopatica, donna Elena servita dal fedele cameriere Camillo, accondiscendete per affetto, che si è giocata quel che restava del patrimonio. E se questo è il protagonista, che come ormai in molti romanzi gialli è un magistrato che conduce le indagini di persona, quasi fosse un commissario di polizia, la vittima è Ademaro, dal nome verdiano anch’essa (il primo dal ”Trovatore”, questo dalla ”Gerusalemme”), ma dal cognome molto più popolare, Proietti, per riportarci alla realtà romana e a quella Roma corrotta, popolaresca, intrigante e sempre più violenta che è lo sfondo prediletto dei grandi racconti a tinte nere di De Cataldo.
    Proietti è un palazzinaro le cui fortune, come speso accade, hanno inizi assai poco limpidi, ma ha saputo poi accrescere con abilità sino a divenire uno dei moderni re della città. Durante una gita a Ponza in barca, un lussuoso Yacht di 60 metri battezzato Chiwi (dalle inziali di due mitici giocatori della Lazio, Chinaglia e Wilson) dove era in compagnia dei tre figli e del genero, marito della figlia, oltre al capitano e un marinaio, scompare in mare di notte dopo avere molto bevuto, mentre tutti erano nelle loro cabine a dormire. L’ipotesi dell’incidente è da subito la più accreditata, da Spinori e gli altri Pm allertati attorno al caso, perché è difficile stabilire di chi sia la competenza territoriale non sapendo in quale punto preciso sia avvenuta la sparizione. Ma a collaborare con lui, oltre a Gavina Orru, maga del web e dei Pc, e alla segretaria Brunella Vitale, divisa tra il lavoro e i suoi guai matrimoniali, c’è la romanissima, un metro e ottanta di tatuaggi e muscolatura da karateka, ispettrice di polizia Deborah Cianchetti, che ha sempre una curiosità e un sospetto in più.
    Questi troveranno conferma quando le onde rigetteranno a riva il cadavere del povero Proietti e l’affascinante anatomopatologa Stella, che arriva sempre in sella alla sua grande moto, avrà compiuto la propria indagine.
    Se di delitto, come pare, si tratta, allora l’assassino, come nella più classica delle situazioni, non può che essere uno di coloro che erano in barca quella notte al largo delle coste laziali. E così, andando a fondo e sollevando veli, ecco che vengono alla luce veleni, odi, ambizioni e avidità conditi dalla necessaria nota sessuale, di una famiglia (e un’impresa) assai diversa da quel che appariva all’esterno, e ci vuole l’intuito, la conoscenza per trame e risvolti psicologici di cui la finezza del racconto di De Cataldo ha dotato il nostro melomane Manrico, per scartare le false piste e, prendendosela con certi aspetti dell’attività giudiziaria, dell’informazione e la volgarità e miseria della società odierna, arrivare a una precisa conclusione, in cui sono coinvolti anche altri inquietanti personaggi tutti femminili, da un avvocato a un amministratore delegato. (ANSA).
   


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