Di Maio in Libia per prendere ordini dalla Turchia

Il risultato della missione: più soldi a Tripoli per evitare esodi e agevolare le manovre di Ankara

Luigi di Maio come Ministro degli Esteri non è un fulmine di guerra, ma quando si tratta di spacciare per successi i fiaschi più colossali è imbattibile. E l’ha dimostrato anche ieri dopo gli incontri a Tripoli con il premier libico Fayez Al Serraj e con i ministri degli esteri Mohamed Siala e degli interni Fathi Bashaga. Incontri caratterizzati dal palese ricatto al nostro Paese costretto a promettere nuovi fondi e nuove attrezzature in cambio dell’impegno libico a contenere le partenze. Un ricatto reso più pesante dall’ombra di una Turchia maestra indiscussa nell’utilizzo dei migranti come strumento di pressione. Una Turchia che dopo aver preso il nostro posto come potenza di riferimento dell’esecutivo di Tripoli minaccia di scipparci pure gas e petrolio. Ma questo Di Maio si guarda bene dal chiarirlo. Anche perché dovrebbe ammettere che qualsiasi decisione italiana sulla Libia è ormai sottoposta al vaglio di Ankara.

Prassi cerimoniosamente accettata dal nostro ministro che, venerdì scorso, è volato ad Ankara per sottoporre la sua agenda libica all’omologo Mevlüt Çavusoglu. Ma su tutto questo Di Maio è attentissimo a glissare. Anzi ad ascoltar lui sembrerebbe che a piegarsi sia stata Tripoli accettando le richieste di una più umana e attenta gestione dei centri di accoglienza avanzate dal governo Conte al momento della ratifica del Memorandum sui migranti firmato nel 2017 da Gentiloni. Nulla di più falso. Sul trattamento dei migranti il governo di Serraj resta ben lontano dall’offrire garanzie. Del resto non può manco farlo. Non solo perché non controlla le milizie che gestiscono il traffico di umani e i cosiddetti centri di accoglienza, ma anche perché è uno dei pochi paesi che non ha mai sottoscritto la convenzione di Ginevra sui rifugiati. Con queste premesse il documento firmato ieri con cui «la Libia si impegna nell’assistere i migranti salvati nelle loro acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalle Nazioni Unite» resta un flatus vocis. Assai più concreta, a fronte di quella carta straccia, è invece la contropartita di un’Italia costretta a mettere a disposizione nuovi fondi, nuovi mezzi e nuove forme di aiuti. Contributi che non sono la contropartita di un più umano trattamento dei migranti, ma una semplice esazione in cambio della garanzia di non aprire, le dighe dell’esodo e sommergerci, con l’avvallo di Ankara, sotto un’ondata di richiedenti asilo.

Un’esazione a cui si aggiunge l’impegno della Farnesina a premere sulla Ue perché la missione navale Irini non fermi solo i cargo carichi di armi provenienti dalla Turchia, ma anche le forniture di Egitto, Russia ed Emirati Arabi destinati algenerale Haftar. Un’impegno del tutto superfluo visto che la missione Irini non ha osato, fin qui, bloccare una sola nave turca. Ma utile politicamente ad Ankara per dimostrare di aver trasformato l’Italia nel proprio sottoposto europeo.


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