Draghi chiude l’era dei sussidi. “Bisogna dare di più ai giovani”

L’ex presidente della Bce al Meeting di Cl: “I bonus finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione”

L’epidemia da Covid ci ha condannato ad una «incertezza» che ci riporta al secondo Dopoguerra. La risposta dei governi è giusta ma non è sufficiente. L’antidoto è la «responsabilità», in primo luogo quella verso le generazioni future. I giovani non hanno bisogno di sussidi, ma di un futuro sostenibile.

L’intervento più atteso al Meeting di Rimini non è tanto diverso da quelli che Mario Draghi faceva quando era presidente della Banca centrale europea. Ad esempio dallo stesso palco della fiera riminese nel 2009, quando chiese all’Italia riforme del lavoro e della pubblica amministrazione. Inascoltato.

Se prima c’erano appelli almeno all’apparenza tecnici a fare le riforme, approfittando dell’ombrello offerto dalla politica monetaria che lui stesso aveva avviato (il Quantitative easing che ha tenuto il nostro debito pubblico al riparo dalla speculazione) il messaggio lanciato ieri dalla kermesse di Cl è «di natura etica». Ma le conclusioni sono le stesse.

I governi hanno messo in campo sforzi straordinari per fare fronte agli effetti della pandemia. «Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre».

Dalla crisi finanziaria globale di 12 anni fa, alla pandemia, i governi hanno ad esempio distribuito sussidi che «servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito». Accenno nemmeno tanto velato alla logica che ha portato in Italia al reddito di cittadinanza.

Inevitabile in questo contesto un’elevata spesa pubblica che Draghi non contesta ma vorrebbe fosse condizionata. Il debito pubblico degli stati europei resterà alto per molto tempo. Ma sarà «sostenibile» solo se «utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti», in lavoro, ricerca e infrastrutture. Se sarà cioè «debito buono». La sua sostenibilità «verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi», se sarà «debito cattivo».

Il termometro per giudicare la qualità del debito e quindi della spesa pubblica, sono i tassi di interesse, sottolinea Draghi. Come dire, il giudizio sull’Italia è già stato dato e non è positivo. Il conto toccherà comunque «a coloro che oggi sono giovani», ed è «nostro dovere fare in modo che abbiano la capacità di farlo».

Necessario tornare alla crescita. I governi oggi hanno una «discrezionalità» mai conosciuta dal Dopoguerra, soprattutto grazie alla sospensione delle regole europee e per questo devono avere «maggiore chiarezza sugli obiettivi». Poi «trasparenza» e una «maggiore coerenza». Facile in questo caso riconoscere nell’intervento di Draghi un messaggio al governo italiano, che presto si ritroverà a gestire i finanziamenti e i prestiti del recovery fund.

Non è un caso che il discorso dell’ex presidente della Bce sia stato salutato con favore dal commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni. Consensi bipartisan, con qualche eccezione. Ad esempio quella del segretario generale della Fabi, principale sindacato dei bancari, Lando Maria Sileoni, secondo il quale è mancata una «critica verso la finanza» dalla quale oggi dipende l’economia reale, che Draghi vorrebbe veder ripartire.


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