“Draghi commissario e più poteri alle Regioni”

Il “grande vecchio” della Lombardia: “Maggioranza europeista contro la pandemia”

Nel 1983 il democristiano Piero Bassetti disse a Nilde Iotti, dimettendosi dal Parlamento: «Da qui non passa più nulla». Il politico, imprenditore e primo presidente della Regione Lombardia ne è più convinto che mai: «Adesso non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ma già allora si capiva che il potere formale del Parlamento era sopravanzato dal potere reale, economico, finanziario, scientifico». Dall’alto dei suoi 92 anni di esperienza e degli 800 metri tra la neve sopra Bellagio, discetta di massimi sistemi e delle loro traduzioni politiche, sintetizzate nel suo libro «Lo specchio di Alice».

In questo scenario non dei più confortanti, che cosa significa andare oltre nel gestire la pandemia?

«Non amo profetismi, sovranismi, deus ex machina. Siamo tutti sfidati ad accorgerci che, come dice il Papa, siamo a una svolta d’epoca e che le soluzioni alla pandemia non possiamo cercarle dentro casa ma oltre, in fonti diverse, non con la faccia rivolta indietro. Dobbiamo governare l’innovazione nel cambiamento d’epoca».

L’esperienza del Covid chiede più centralismo o maggiore autonomia?

«Non ho dubbi sulla priorità regionale. I problemi di una società complessa sono gestiti meglio se si è più vicini al luogo del problema, come dimostra il tema dei vaccini. Anche la crisi della sanità, se gestita solo dal ministero, sarebbe stata un disastro. D’altra parte la sanità regionale ha mostrato i suoi difetti. L’errore principale è stata la rottura della Regione dai sindaci, aver fatto centralismo regionale invece che equilibrio nel decentramento».

Quali ritiene che siano i punti deboli della sanità lombarda? La sussidiarietà è ancora il valore di riferimento?

«Un grave inciampo è stata la legge Maroni che ne ha alterato la struttura. La sanità lombarda è stata sconfitta non sugli ospedali e sui suoi principi fondanti, ma sull’organizzazione sul territorio. Il caso del Veneto dice come abbiano saputo organizzare meglio i rapporti tra gestione centralizzata e decentrata e reagire con più velocità e efficacia».

Come valuta l’offerta a Letizia Moratti di gestire la sanità lombarda?

«Politicamente sbagliata perché è una sconfitta della Regione Lombardia ridursi a pescare fuori dall’organizzazione del potere regionale. Non so se prevalgano le competenze specifiche a San Patrignano, come sindaco o come assicuratrice. C’è da dire che i problemi della sanità li trattano meglio le donne, perché seguono più logiche di cura che di potere. Lo dico per la Moratti ma non solo».

Nella seconda ondata anche il Veneto e l’intero Paese, che sembrava essersela cavata bene, sono molto in difficoltà.

«La politica non ha saputo organizzarsi nella guerra contro il virus. È un discorso generale che arriva fino alle punte più avanzate della politica, alla Merkel e al suo mondo. Si propone all’Italia un modo nuovo di gestire le risorse. Per sopravvivere non possiamo restare fermi ma ricorrere a modi di organizzazione del potere più aggiornati».

Eppure i sondaggi sembrano rivelare una sensibilità meno europeista del passato.

«L’Italia tutto può permettersi tranne che risolvere i problemi a casa propria. Serve una maggioranza europeista. La lotta alla pandemia deve svolgersi a livello globale».

In questo contesto come giudica l’operato del governo?

«Nella mia convinta consapevolezza della generale impotenza del governo, credo che il ministro della Salute, Roberto Speranza, abbia fatto al meglio quel poco che poteva fare. Sarei un po’ piu severo con Arcuri, perché l’idea di accentrare è sbagliata e tale si è rivelata. Prenda i banchi con le rotelle o le mascherine. Ogni intervento si è rivelato una comica».

Se il governo decide pochissimo, perché le forze politiche continuano a litigare per ministri e sottosegretari?

«Perché sono bischeri e credono di avere potere e i giornalisti gli danno corda. Oggi sui vaccini decidono più l’Ema, i medici di base e l’Ue che la politica, perché la pandemia mostra in modo chiaro come le competenze siano fondamentali. Anche Draghi viene invocato come qualcuno che è oltre».

Un governo Draghi può essere la soluzione per attraversare questo momento tanto difficile per il Paese?

«Non ho dubbi che Draghi non accetterà mai di andare al governo. Se arriva Draghi, arriva a fare il commissario. I romani, che ci sapevano fare, in caso di guerra nominavano un dittatore, con poteri che però sapevano bene tutti che scadevano alla fine della guerra. Il giorno che mi dicessero che ha accettato di andare al governo, gli direi: sei diventato scemo?».

E l’amore per l’Italia?

«Se una macchina ha lo sterzo rotto, lei si mette alla guida per amore della macchina o tenta di fermarla? Anche sul bob conta di più il frenatore. Lui ci ha tenuto in strada lavorando sul freno alla Bce».


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