Draghi predica bene. Ma dica se vuole impegnarsi per la democrazia in Italia

di Massimiliano Salini*

I l coro di consensi che ha accolto il recente intervento di Mario Draghi non può non stupire. L’ex presidente della Bce, infatti, ha posto l’accento su alcuni temi che vanno in controtendenza rispetto alle posizioni di quasi tutti i soggetti politici nostrani: in un’Italia che vira sempre più verso l’assistenzialismo e la ricerca dell’aiuto salvifico dello Stato, Draghi ha ricordato che i sussidi sono solo una parte, e piccola, della risposta ai tanti problemi; e ha ricordato – e su questo gli va reso il giusto merito – che l’istruzione, la formazione, l’economia basata sullo sviluppo delle conoscenze e competenze dei singoli sono i pilastri su cui si fonda una vera ripartenza.

I temi sono più che condivisibili. E mi stupisce che molti abbiano applaudito, visto che poi nella pratica politica quotidiana fanno l’esatto contrario. Il problema è capire quali siano la portata e le conseguenze di un tale intervento. Tutti noi riconosciamo il valore politico del discorso di Draghi. E a lui stesso, che ingenuo non è, non poteva che essere chiaro il fatto che in tali termini le sue parole sarebbero state interpretate. Ma Draghi non è un politico: una constatazione che per lo più oggi può essere considerata come un complimento, ma che qualche problema in termini di funzionamento del nostro sistema democratico deve porlo. Siamo in una fase delicata della nostra democrazia parlamentare. Alle soglie di un referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Il semplice richiamo al «taglio dei costi della politica» sembra aizzare il consenso popolare; ma tagliare senza riformare non serve a nulla. Tagliamo i costi della politica, riducendo sempre più la nostra democrazia rappresentativa a un’oligarchia, e lo facciamo sulla spinta di forze politiche che nel frattempo lavorano per aumentare la spesa della macchina dello Stato. Ma che cos’hanno a che fare queste considerazioni con Draghi? C’entrano: l’alternativa oggi sembra essere tra chi cavalca il consenso popolare in modo sbracato e chi invece si affaccia con un certo distacco al mondo della politica senza però sporcarsi le mani con le dinamiche della partecipazione popolare. L’alternativa tra la democrazia diretta e la tecnocrazia è uno scenario di cui dovremmo preoccuparci. Io penso che l’alternativa non sia tra democrazia diretta e tecnocrazia e che si debba ancora lottare e lavorare per una politica partecipata Non so se Draghi vorrà impegnarsi per la rinascita di una vera democrazia partecipata. Mi auguro solo che non ci si trovi di fronte all’ennesimo caso di «risorsa» per la politica che, anziché sporcarsi le mani rimane sull’uscio cercando un modo pulito per sviare il problema.

*Europarlamentare di Fi


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