Droga e torture: Gomorra in caserma

Violenze, estorsioni e spaccio: sei carabinieri arrestati. Che si vantano degli orrori

Difficile dirla meglio di quanto scrive il giudice che li ha arrestati: «Non è stato semplice rendersi conto, settimana dopo settimana, che dietro i volti sempre cordiali e sorridenti di presunti servitori dello Stato, incrociati più volte nei corridoi e nelle aule del tribunale di Piacenza, potessero celarsi gli autori di reati gravissimi». Eh sì, perché il maresciallo Peppe Montella a Piacenza lo conoscevano tutti, lui, i suoi modi un po’ sopra le righe, ma le statistiche di arresti sempre piene. Ora si scopre come Montella faceva gli arresti: lui e i suoi compari, i carabinieri della stazione Piacenza Levante, che ieri diventa la prima caserma dei carabinieri sequestrata dalla magistratura. Lo decide il procuratore di Piacenza, Grazia Pradella, per un motivo semplice: lì dentro ci sono le prove di mesi e mesi di reati, di pestaggi, di imbrogli, di movimenti di droga. Finora li ha raccontati in diretta il trojan installato sul telefono di Montella, comprese le urla di dolore dei fermati. Ora lì, nella stazione di via Caccialupo si cercano i riscontri, Anche se tutto appare già fin troppo chiaro.

L’Arma è pulita, l’Arma non c’entra, c’è solo qualche pecora nera. Il rituale è già pronto. Ma la realtà è più complessa. Perché le carte dell’indagine di Piacenza non raccontano solo le imprese di una scheggia impazzita, un microcosmo dove accade di tutto all’insaputa del mondo esterno. Racconta anche di come uno come Montella sia stato allevato e spinto dalla caccia ai risultati a tutti i costi, con il suo comandante che lo chiamava «mitico» e lo spronava a fare concorrenza a colpi di manette alle altre stazioni «dobbiamo battere Bobbio e Rivergaro». E anche il modo in cui la storia viene alla luce non è confortante: perché si scopre che anche il colonnello Rocco Papaleo sapeva tutto, e non denunciava. Perchè? «Perchè non mi fido dei miei colleghi di Piacenza», spiega l’ufficiale. Fino al giorno in cui, convocato per una audizione, fa sentire come se niente fosse i file dove uno spacciatore-confidente raccontava quanto accadeva nella caserma della Levante. Storie di droga, di violenze, di sesso.

Nella caserma, dice il confidente, c’era la «scatola della terapia», un contenitore con dentro lo stupefacente fatto sparire durante i sequestri, e che Montella e i suoi colleghi usavano per ricompensare le soffiate. Nella caserma, aggiunge, si tenevano festini con droga e prostitute, tra cui un trans. Oltre alla droga, i carabinieri si imboscavano anche il denaro trovato nelle perquisizioni. E via di questo passo.

Da lì partono le indagini, e confermano tutto, e anzi aggravano. Per sei mesi, in pieno lockdown, la Procura ascolta in diretta quanto avviene. Scopre piccole storie squallide di orari gonfiati, di gite e shopping con l’auto di servizio, di orge in caserma. Ma anche storie terribili. Scopre i rapporti che legano Montella e i suoi colleghi ai clan italiani dello spaccio in zona. Non sono i solito, torbidi , scambi di favori. Di fatto carabinieri e narcos si muovono come una organizzazione unica, i militari fanno piazza pulita della concorrenza, partecipano ai rifornimenti, dividono gli utili. Per farlo Montella e i suoi falsificano i verbali di arresto, imbrogliano i pubblici ministeri. E picchiano, picchiano, picchiano.

É la parte più disgustosa dell’ordinanza di custodia che ieri mattina manda in carcere Montella e quatto carabinieri della Levante, e altri quattro all’obbligo di firma. E apre nell’Arma una ferita sanguinante.


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