E’ morto ‘El Trinche’ Carlovich: genio senza schemi, era l’idolo di Maradona

L’Argentina perde il suo genio calcistico ribelle per antonomasia. Pochi giorni dopo aver compiuto 71 anni è morto Tomas Carlovich, detto ‘El Trinche’: era in coma dopo aver urtato violentemente il capo mentre cercava di impedire a dei malviventi di rubargli la bicicletta. Non ha mai giocato con la maglia della nazionale, non ha mai militato in Boca o River, non ha mai vinto grandi trofei. Ma era un personaggio letterario, nel gioco e nell’aspetto cinematografico, con i capelli lunghissimi e i baffoni spioventi. E le sue storie di calcio, velate dal tempo, sono spesso state sospese tra verità e leggenda. Non a caso neanche l’origine del suo alias è chiara: potrebbe derivare da Trinchador, intagliatore, un tributo all’arte delle sue giocate. E sempre non a caso, l’inchiostro speso per lui nel corso degli anni è paragonabile a quello dedicato ad alcuni grandissimi del calcio. Un dna balcanico (lo dice anche il cognome, il papà era emigrato dalla Croazia negli anni 30) miscelato alla tecnica argentina, il gusto per la giocata (addirittura meglio se fine a se stessa), una innata indolenza e il rifiuto degli schemi.

Per descrivere la popolarità di Carlovich in Argentina, è sufficiente citare due episodi. Il primo risale a 27 anni fa, quando un Diego Armando Maradona ancora motivatissimo (l’anno dopo c’era il Mondiale negli Stati Uniti a cui teneva molto) andò a giocare nel Newell’s Old Boys di Rosario. Ad un giornalista che, prima ancora che toccasse un pallone, lo aveva già eletto come il più grande giocatore della storia della città, Maradona replicò contestando l’affermazione: sbagliato, nessuno è come El Trinche.

Il secondo bisogna andarlo a cercare nella marcia di avvicinamento al Mondiale del 1974 in Germania. L’Argentina, che si era qualificata dopo la deludente eliminazione patita dal Perù verso Messico 1970, non aveva una squadra grandissima ma stava gettando le basi per vincere in casa quattro anni dopo. Ai dirigenti federali venne l’idea di organizzare una amichevole contro una selezione rosarina, idea sempre rischiosa perché in molti considerano la tradizione di Rosario come vera e propria culla del calcio argentino. Tra i rosarini anche Carlovich che, trovata la classica serata in cui gli riusciva tutto, stava mandando ai matti quella della albiceleste. Tre a zero alla fine del primo tempo, e per evitare crisi di identità all’interno del gruppo che doveva fare il mondiale,  il ct dell’epoca, Vladislao Cap, chiese di togliere il 5 avversario. Quel 5, manco a dirlo, era El Trinche…

Le sue squadre più importanti furono il Rosario Central e il Central Cordoba. Niente a che vedere con ingaggi stellari, ma i suoi guadagni comunque si accrescevano quando faceva il doppio tunnel (immaginare l’avversario come ci restava), il suo marchio tecnico di fabbrica. I dirigenti del Central, esaltati dal pubblico che per vedere quel gesto riempiva le tribune, gli davano infatti un premio per ogni volta che lo eseguiva. Avrebbe potuto guadagnare di più se avesse accettato la corte dell’Europa (fu cercato in Francia) e degli Usa, ma non si volle mai muovere dall’Argentina. Una scelta racchiusa in una frase: “Non mi è mai piaciuto stare lontano dal mio quartiere, dalla casa dei miei genitori, dal bar dove vado di solito, dai miei amici e dal “Vasco” Artola, che mi ha insegnato come colpire la palla quando ero un ragazzo..”.



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