È morto Little Richard, uno dei padri fondatori del rock’n’roll

Elvis è stato senza dubbio il “re del rock’n’roll”, ma nella famiglia reale della grande rivoluzione americana degli anni Cinquanta, il principe trasgressivo, quello che fece saltare in aria il banco delle buone maniere e delle sane abitudini, fu lui, Richard Wayne Penniman, meglio noto come Little Richard, scomparso oggi all’età di 87 anni. Fu il primo dei grandi padri del rock’n’roll a trasformare l’eccesso in una forma d’arte: travolgente, omosessuale, clownesco, esplosivo, Little Richard incarnava l’anima più ribelle e meno addolcita del rock’n’roll, il suo stile sguaiato e urlante, i suoi testi deliberatamente nonsense, scardivanano tutte le regole di comunicazione che la musica aveva vissuto fino ad allora, i suoi live show, narcisisti e grandiosi, non temevano il confronto con nessuno se non con quelli di Jerry Lee Lewis.

Richard è stato, con Chuck Berry e Fats Domino, l’anima del rock’n’roll nero, animato da una fisicità travolgente, vicino al boogie e al rhythm’n’blues ma molto meno rigoroso. Decisamente poco incline alle buone maniere, in scena Richard suonava il pianoforte con i piedi, si presentava truccato in maniera eccessiva, alternava le canzoni con lunghi monologhi al limite della mitomania, era insomma il tipico esempio di “corruttore d’anime” inviso ai benpensanti. La sua teatralità era in realtà figlia della tradizione nera, gli artisti neri avevano uno stile scenico ricco di richiami sessuali e non avevano mai avuto il problema della “rispettabilità” che era proprio dei cantanti pop bianchi. Il rock’n’roll era la terra promessa di una intera generazione che cominciava a pensare alla vita in maniera diversa da quella dei genitori. Non più lavoro fisso, bella casa, famiglia numerosa, televisore in sala da pranzo, ma feste e parties tutta la notte, corse in macchina senza scopo, non più un futuro programmato dai genitori, ma la scoperta quotidiana di una vita tutta da immaginare. Il tutto racchiuso nella frase più esplosiva e chiara, per qualsiasi ragazzo dell’epoca, “Wop-bop-a-loo-mop-alop-bam-boom” o come diavolo fosse in realtà lo slogan urlato da Little Richard in apertura della sua Tutti Frutti nel 1955.

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Richard era nato da una famiglia canterina, terzo di ben dodici figli, tutti, assieme ai genitori, impegnati nei Penniman Singers, che si esibivano nelle chiese di Macon, Georgia, dove era nato nel dicembre del 1932. Appassionato di musica, imparò subito a suonare il pianoforte e il sassofono e iniziò la sua carriera musicale a diciannove anni, con una band di rhythm’n’blues con la quale incise diversi singoli senza particolare successo. Ma è nel 1955, con Tutti frutti e con l’esplosione del rock’n’roll che le cose per lui cambiarono radicalmente: il brano ebbe una forte programmazione dalle radio, valicò i confini del pubblico afroamericano coinvolgendo i giovani bianchi e scalò le classifiche portando Richard alla fama nazionale. La sua formula era semplice: molto ritmo, una vocalità che metteva insieme lo stile degli “shouter” con quello del pop, testi facilmente memorizzabili e spesso senza un tema particolare che non fosse l’amore o il sesso, e un’immagine decisamente diversa da quella dei “bravi ragazzi” del pop, con abiti molto colorati e vistosi, un lungo ciuffo imbrillantinato, gli occhi truccati.

L’elenco delle sue canzoni passate alla storia conta, oltre alla già citata Tutti Frutti, anche Long Tall Sally, Lucille, Good Golly Miss Molly, Slippin’ and slidin’, mattoni solidissimi di un edificio musicale grande e duraturo, brani essenziali del repertorio di ogni buon rocker fino a oggi (dai Beatles a Springsteen, per intenderci). Nella sua band, negli anni Sessanta, militò un giovanissimo Jimi Hendrix, suo chitarrista fu anche Johnny Guitar Watson, persino Bob Dylan, giovanissimo, sognava di poter suonare con lui, e il suo stile ha influenzato generazioni intere di musicisti bianchi e neri. La sua vita è stata assai avventurosa, alla fine degli anni Cinquanta diventò un predicatore cristiano, ma già dieci anni dopo il suo universo era stato travolto da droga e sesso, e fino alla fine degli anni Settanta, tra eccessi e successi, il suo stile di vita non cambiò.

Tornato a un regime più salutare, e anche all’attività di predicatore, Richard per buona parte degli anni Ottanta si limitò a frequentare comunità cristiane, fino a quando non trovò un punto di equilibro nella sua ricerca spirituale e musicale, iniziando a “servire Dio attraverso la musica” e ritornando sulle scene, suonando in tutto il mondo con una nuova band e partecipando, come attore, a film e programmi televisivi. Era un uomo gentile e di buone maniere, amatissimo dai colleghi di lavoro, mitizzato addirittura da Jagger, McCartney, James Brown, Otis Redding, David Bowie, Freddie Mercury, persino da molti esponenti del rap odierno, ognuno dei quali ha preso qualcosa dello stile di Little Richard per creare il proprio.



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