Ecco chi c’è (davvero) dietro lo scoop che agita la politica

Lo scontro tra le multinazionali del tabacco dietro lo scoop del Riformista sul finanziamento di Philip Morris alla Casaleggio Associati: il giornalista che ha firmato l’inchiesta lavora per una società di comunicazione che ha tra i suoi clienti Bat Italia

Lo scoop del Riformista sul finanziamento di 2,3 milioni di euro da parte di Philip Morris alla Casaleggio Associati in cambio di un aumento dello sconto fiscale sulle sigarette elettroniche è solo una parte di una storia che va avanti da mesi per chiedere un rialzo della tassazione su questi prodotti. Il tema è stato al centro di analisi, convegni, interviste, emendamenti, proposte di legge e persino di una lettera inviata, a sorpresa proprio da una grande multinazionale del tabacco, la Bat, al ministro della Salute e dell’Economia. Fino a che la notizia pubblicata sul quotidiano di Piero Sansonetti non ha provocato un vero e proprio terremoto politico.

Davide Casaleggio ha smentito la ricostruzione giornalistica bollandola come una “teoria fantasiosa”.“Ho già dato mandato ai miei legali di procedere con una querela nei confronti di chi ha diffamato me e la società”, ha detto nelle scorse ore. “Io – ha chiarito in un’intervista all’Adnkronos – non firmo decreti, né voto leggi, e non ho mai fatto ingerenze, questi sono i fatti”. Secondo la stessa agenzia di stampa, che cita fonti pentastellate, a presentare l’emendamento “incriminato” alla manovra del 2018 per l’aumento dello sconto fiscale sulle sigarette elettroniche, considerate un’alternativa a quelle tradizionali, furono esponenti della Lega. “Nessun senatore 5 Stelle ha presentato emendamenti che potessero favorire l’azienda”, chiariscono i parlamentari grillini. L’emendamento in questione è l’8.0.1 a firma dei senatori leghisti Montani-Romeo che interveniva su tutti i prodotti senza combustione, incluse le sigarette elettroniche la cui accisa veniva portata al 5 e 10 per cento a seconda se i liquidi contenessero o meno nicotina.

Ma il risultato della bufera che si è scatenata con l’esclusiva del Riformista è che tra i Cinque Stelle e non solo, è partita la corsa alla firma di una serie di emendamenti alla legge di bilancio per aumentare le tasse sulle sigarette elettroniche. Uno è quello della deputata Vita Martinciglio, che, si legge proprio sul quotidiano di Sansonetti, propone “un aumento graduale delle sigarette elettroniche partendo dal 5 per cento aggiuntivo già dal prossimo anno”. Un gruppo di parlamentari di Pd, M5S, Sinistra Italiana e Più Europa, chiede invece di finanziare l’assistenza domiciliare ai malati con il gettito fiscale derivante dall’aumento delle sigarette.

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Uno schiaffo alle multinazionali del tabacco? Non esattamente. Il contenuto delle misure presentate in queste ore, infatti, va incontro alle richieste avanzate pubblicamente in questi mesi da British American Tobacco Italia, azienda che, a differenza di Philip Morris, che ha scelto di abbandonare progressivamente le sigarette tradizionali, detiene una quota significativa sul mercato delle classiche bionde. Cosa ci guadagnerebbe questa società? L’aumento della tassazione e conseguentemente del prezzo delle e-cig, porrebbe fine agli “squilibri” del mercato, denunciati proprio da Bat, riportando una fetta di consumatori dagli heat stick al caro vecchio pacchetto di sigarette e arrestando il calo vertiginoso del consumo di bionde, il cui volume è sceso del -6,80 per cento in soli tre anni, proprio a causa dell’introduzione sul mercato dei prodotti alternativi, che oggi rappresentano oltre il 4 per cento del totale.

Non a caso, negli ultimi mesi, il nome di Bat è sempre stato presente, più o meno direttamente, quando si è parlato della riduzione dello sconto fiscale sulle sigarette elettroniche. Le analisi a cui si fa riferimento per giustificare la convenienza per il fisco di una riforma di questo tipo, ad esempio, sono redatte dal Casmef, centro studi della Luiss che ha collaborato e tuttora collabora con la stessa multinazionale, citato anche negli articoli del Riformista. In un webinar organizzato la scorsa settimana, è la stessa organizzazione a lanciare l’allarme sul calo degli introiti per il fisco connesso allo sconto fiscale del 75 per cento di cui beneficiano le sigarette elettroniche.

“Il differenziale di prezzo a favore del tabacco riscaldato favorisce inevitabilmente il passaggio dei consumatori dalle sigarette agli Htp, con una perdita di circa 2,36 euro a pacchetto di gettito fiscale ogni volta che si verifica questo passaggio”, spiegava Marco Vulpiani, direttore dei Valutation Services di Deloitte Italia. Da qui l’esigenza di diminuire lo sconto che lo Stato fa ai prodotti innovativi per recuperare gli introiti. Una posizione, questa, sostenuta anche dal professor Marco Spallone, ordinario all’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e coordinatore dello stesso centro, il quale ha sottolineato come tra il mercato delle classiche bionde e quello degli Htp ci sia un “legame strutturale”. “L’agevolazione fiscale riconosciuta al tabacco riscaldato”, secondo il professore, risulta, in questo senso, “oltremodo onerosa per l’erario, a fronte della mancanza di un supporto scientifico riconosciuto alla minore pericolosità sotto il profilo della salute pubblica”.

La richiesta al legislatore, quindi, è che “tale agevolazione sia ripensata ed allineata il più possibile al regime fiscale previsto per le sigarette tradizionali”. Non si capisce quindi se il fine sia quello di proteggere l’erario o la salute pubblica. Spallone, che ha realizzato diversi studi con il contributo di Bat Italia, ad inizio novembre ha presentato la sua relazione anche ad una conferenza stampa organizzata in Senato da Paola Binetti, alla quale hanno preso parte anche esponenti del ministero della Salute e dell’Iss. Proprio la senatrice Binetti, nei mesi scorsi, ha presentato un disegno di legge per una revisione della legge Sirchia rispetto ai nuovi prodotti da fumo, oltre a proporre sistematicamente ad ogni Dpcm un emendamento “per una nuova e più equa politica fiscale” nei confronti degli Htp.

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“Non è appropriato tassare con uno sconto così smodato le sigarette a tabacco riscaldato, bisogna invertire questa evasione fiscale legalizzata e usare i proventi che derivano da una giusta tassazione per finanziare la ricerca e l’assistenza ai malati”, ci dice al telefono. “Pretendere di fare lo sconto ad un prodotto sostenendo che non nuoccia alla salute, mentre questo è un falso documentato dall’Oms e dagli studi dell’Iss, è un’ingiustizia”, incalza. Per la senatrice, insomma, la tassazione deve essere equiparata a quella delle sigarette. “E se l’aumento del costo farà diminuire il consumo – aggiunge – ben venga”.

Sul punto, in realtà, i pareri sono controversi. Innanzitutto la tassazione differenziata si applica già a tutti i prodotti da fumo e non soltanto alle sigarette elettroniche. E poi se è vero che il tabacco riscaldato contiene nicotina, è vero anche che per le autorità sanitarie di diversi Paesi, come Usa e Regno Unito, l’assenza di combustione produce una riduzione delle sostanze tossiche. Inoltre, secondo l’ultimo bollettino delle entrate tributarie del ministero dell’Economia, nonostante il calo complessivo del mercato della nicotina nel suo complesso e la sostituzione progressiva delle sigarette tradizionali con i prodotti senza combustione, le entrate fiscali “restano stabili”. “Il gettito dell’imposta sul consumo dei tabacchi ammonta a 8.019 milioni di euro, +44 milioni di euro, pari a +0,6%”, si legge nel documento del Mef.

“Una proposta sana, sarebbe quella di iper-tassare entrambi i prodotti, e non soltanto quelli a base di tabacco riscaldato, per arrivare ad un ulteriore aumento del prezzo su tutti i tipi di sigarette in linea con la media europea”, spiega al Giornale.it il dottor Giacomo Mangiaracina, medico specialista in salute pubblica, e presidente dell’Agenzia Nazionale per la Prevenzione. “Basti pensare – aggiunge – che in Francia, tra poco un pacchetto di sigarette arriverà a costare fino a dieci euro”. L’obiettivo è arrivare ai livelli di Australia e Nuova Zelanda, che proprio portando il costo delle sigarette ai massimi livelli sono riuscite a diminuire drasticamente il consumo.

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Eppure in Italia, in questo momento, nessuno sembra preoccuparsi di proporre un ulteriore aumento del prezzo delle bionde. “Se vogliono aumentare anche la tassazione sulle sigarette normali che la aumentino, non è questa la mia battaglia – dice convinta Binetti – io dico che il tabacco riscaldato fa male e per questo non deve avere lo sconto”. Le chiediamo se, visto il “legame strutturale” tra i due mercati, non sia preoccupata dal fatto che un aumento del prezzo di questi dispositivi possa portare ad un nuovo aumento nel consumo delle sigarette classiche. “Se il rischio c’è, è un rischio esplicito e trasparente – replica la senatrice – la gente sa che le sigarette fanno male alla salute, c’è scritto sul pacchetto, lo sconto fiscale sugli Htp invece, è basato su una totale fake news, una menzogna da denunciare”.

Il problema, però, è che con un intervento a senso unico si rischia di fare comunque gli interessi di alcuni big del tabacco. “È ovvio che le multinazionali si fanno la guerra tra loro, se da un lato Philip Morris vuole abbattere il vecchio mercato delle sigarette – commenta Mangiaracina – dall’altro Bat vorrebbe mantenere gli introiti derivanti da quel settore”.

Sarà un caso, quindi, che Aldo Torchiaro, il giornalista che ha firmato lo scoop del Riformista, lavori per una società di comunicazione che ha come cliente proprio Bat Italia? Basta una semplice ricerca sul web per scoprire che Torchiaro, che oltre ad essere giornalista è anche “comunicatore politico” ed “esperto di campagne di comunicazione internazionali”, dal 2019 è il “direttore delle relazioni con i media” della Spencer & Lewis, un’importante società di pubbliche relazioni che tra i suoi assistiti annovera anche Bat Italia, per la quale si occupa della comunicazione interna.

“La guerra commerciale ci potrà anche essere ma il punto vero è che non si possono vendere bugie al consumatore e dire che il tabacco riscaldato nuoce di meno è una bugia”, insiste la Binetti. “Io non prendo per buono niente delle multinazionali del tabacco e non faccio favori a nessuno”, rivendica la senatrice. Resta il fatto che aumentare le tasse sulle sigarette, per molti, oggi, per un motivo o per un altro, sembra non essere più una priorità.


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