Elisabeth Robinson, dalla chimica al venture capital. “Il sogno? Un fondo specializzato nello sviluppo di terapie e farmaci”

MILANO – Ora è a casa, in Valsamoggia, tra Bologna e Modena, una vecchia stalla ristrutturata quasi dieci anni fa, con il marito, cinque cani, sei gatti e tre asini. “Se durante un board meeting passa un capriolo, è un po’ imbarazzante”. Non è meno connected dei suoi colleghi che abitano in città, “ma la qualità della vita è molto migliore”.

Elisabeth Robinson, americana di Chicago, Illinois, del 1956, è una chimica prestata all’elettronica e alla finanza innovativa. Con un sogno: creare un fondo di venture capital specializzato nello sviluppo di terapie e farmaci, con un focus sulla scienza in Italia. Il progetto è ancora work in progress. “Non c’è mai stato in Italia e si stanno aprendo grandi opportunità oggi più che mai con Covid 19. Ho aspettato tutta la vita per questo. È il mio background, ho studiato chimica e bioingegneria a Boston negli anni Settanta, quando la parola biotecnologie quasi non esisteva e ho sempre lavorato in start up di biotech e di life science, la mia passione”. 

Robinson è cofounder e vice presidente esecutivo di Indaco Venture Partners Sgr, un fondo di investimenti in startup innovative; giovane perché è partito nel 2018, ma ha una lunga storia perché nasce nel 2007 con TTVenture, l’attività di fondi chiusi di Banca Intesa, ed è il più grande indipendent fund italiano. La compagnia ha sotto la sua gestione cinque fondi di venture capital per un asset di 250 milioni di euro, e ha già investito 134 milioni di euro in sessanta società di diversi settori, soprattutto in digital, elettronica, medtech e diagnostica, new materials clean tech, cultura e turismo. Ha la sede e gli uffici a Milano, a San Babila, con un team di 14 persone.

Nel gruppo di testa e cofondatori assieme a Robinson, ci sono manager di successo come Davide Turco, managing director, Antonella Beltrame e Alvise Bonivento. Espatriata per amore, la manager è trapiantata nel nostro paese dal 1988, dopo aver incontrato Riccardo Rovelli, ora professore all’università di Bologna.Viene in vacanza con lui in Italia, e qui decide di restare. Una svolta per la sua vita. Si sposano senza che lei abbia già in mente un orizzonte di carriera. Invece, dopo poco tempo la chiamano in Recordati, una delle più importanti case farmaceutiche italiane, che l’assume come dirigente nonostante sia al settimo mese di gravidanza per la sua prima maternità. Nascerà la figlia Francesca e due anni dopo Stefano. “All’epoca ero la sola dirigente donna in tutta l’azienda. Per loro significava una sfida, sono stati molto moderni. La mattina dopo il parto, era il 14 settembre, è venuta in ospedale una persona della compagnia a portarmi la posta. Non ricordo di aver fatto maternità, e ancora meno con mio figlio, poverino. Mio marito e la sua famiglia mi hanno aiutato tantissimo, i miei erano a Chicago. E poi siamo stati fortunati a trovare le persone giuste per occuparsi dei bambini”.

Indaco, nome scelto perché è un colore che ispira l’idea di innovazione, è una società che investe in start up originali prendendo una quota dell’azienda, di solito le resta vicino dai tre ai cinque anni, aiutandola a crescere e a trovare nuovo capitale. Poi ne esce. Magari quando un’azienda più grande compra la start up. Alcune di queste sono state quotate in Borsa. La compagnia cerca progetti inediti e all’avanguardia. Con Indaco Ventures Fund I, una delle società del gruppo, ci sono in corso investimenti per dieci milioni di euro. “Operiamo per lo più in Italia, ma possiamo spingerci fino al 30 per cento del capitale in Europa, Israele e Stati Uniti. Siamo andati in Israele dove sono esperti in medtech e cyber security, con due operazioni abbiamo lavorato in Uk: deep-tech e hardware che supporta il digital”. Presente anche sul versante delle cure oncologiche, Indaco con la sua TTVenture, in accordo con Vertis Venture, ha sostenuto le tecnologie sviluppate da Biouniversa, nata come spin-off dell’università di Salerno e tra i leader nello studio di anticorpi in grado di combattere il cancro al pancreas e altre patologie. Ricerca top level, ma poco conosciuta e valorizzata. Cosicché il progetto è stato acquisito dalla Dauntless, una società biotech californiana con sede a San Diego, investendo 9,5 milioni di dollari, con lo scopo di mettere a punto una cura che modula il sistema immunitario per contrastare malattie tumorali. Ne è nata IntrepidaBio di cui Biouniversa è diventata socia.

Un curriculum da manuale. Laureata con lode presso il Wellesley College nel 1977, Elisabeth Robinson nel 1979 ha conseguito il Master of science in Ingegneria chimica presso il Massachussets Institute of Technology e nel 1982 il Phd in Biotecnologia, sempre al Mit. “Dopo il Phd non stavo cercando lavoro, ma i miei professori volevano creare una start up e io studiavo una sostanza, l’acido ialuronico che all’epoca si estraeva dalla cresta del gallo. Noi invece abbiamo creato un processo industriale. Ho detto di sì. È nata l’azienda Genzyme”. La start up più tardi si è quotata in Borsa, poi è diventata pubblica e in seguito è stata acquisita da un’altra big farma. “Per me è stata un’esperienza magica. Ne sono uscita nel 1986 ma ho continuato per altri due anni a svolgere il ruolo di vice president new technology ventures Europe”.

Nel marzo del 1996 incontra uno scienziato e un esperto di marketing per un consiglio su un farmaco. Sviluppano un medicinale in grado di attenuare gli effetti collaterali del glaucoma, che riduce la pressione dentro l’occhio. Nasce la società Nicox, con Elisabeth Robinson founder insieme con Michele Garufi, attuale ceo e Piero Del Soldato. Trova finanziatori negli Usa che però vogliono portarsela oltreoceano mentre i fondatori pensano di sviluppare il prodotto in Italia. Alla fine i soldi vengono trovati in Francia, dove la società, nel novembre 1999, realizzerà una ipo, initial public offering, un’offerta al pubblico dei titoli finalizzata alla sua quotazione, con un investimento di 10 milioni di dollari. La manager decide di non restare full time in Nicox e continuerà per oltre dieci anni a macinare rapporti di lavoro attraverso investimenti come business angel di Italian Angels for Growth, aiutando le aziende a sviluppare prodotti fortemente innovativi in grado di migliorare le condizioni di vita dei pazienti. Inizia a collaborare con vari venture capital. Diventa socia di diverse ‘portfolio companies’ come Spreaker, Proteogenbio, Quotient Diagnostics e Biogenera, dove è stata membro del consiglio d’amministrazione. È stata advisor di Meta group, società di investimenti early stage in compagnie nel settore life science. All’inizio del 2014 viene assunta da TTVenture per gestire un fondo di venture capital. In seguito a una fusione nasce Indaco. Life science innovativi e business. Ora il lavoro di Elisabeth Robinson sta nel capire con gli scienziati come si guida un’idea e la si trasforma in una cosa utile, in grado di diventare una terapia o una diagnostica che può essere realmente resa disponibile.

“Bisogna sapere un po’ di tutto, tecnica e business, e dopo questi 60 investimenti che abbiamo realizzato si imparano anche le cose che non vanno bene. Riesco con tutti questi anni di esperienza a dare consigli su quel che si deve evitare e cosa invece mettere in priorità. La mia passione rimane vedere la crescita, la maturazione e il valore di queste idee. A noi piace puntare a un brevetto di alta tecnologia perché crea una barriera per la competizione, rafforza l’azienda per il suo sviluppo e nel caso che l’operazione vada storta, almeno c’è un copyright che si può vendere”. Indaco ha messo a punto, però, investimenti anche meno tecno come per esempio Cortilia, azienda di prodotti agricoli, “un settore tradizionale con un approccio innovativo” o Farmae, parafarmacia che fa consegne a casa, “con Covid ha molto successo”. Ma il chiodo fisso dell’imprenditrice è la ricerca di farmaci che possano curare la pandemia del secolo. “Tutti speriamo nel vaccino, come dice anche Bill Gates, la vita tornerà normale solo con quello, ma ricordiamo che per l’Aids in trent’anni non l’abbiamo trovato. Non è scontato e perciò ci sarà necessità di altri farmaci, antivirali e antinfettivi, per sviluppare i quali ci vogliono dieci anni. Invece c’è un vasto catalogo di prodotti già esistenti. Con le conoscenze tecnologiche di oggi abbiamo l’occasione di riscoprirli e anche l’autorità regolatrice la pensa così. Su questa idea stiamo lavorando”.

Intanto sul versante privato, Elisabeth Robinson coltiva l’altra sua grande passione. Il progetto ‘La piccola Cassia’, sul modello dei ‘cammini’, per valorizzare il sentiero medievale attraverso l’Appennino, da Nonantola, vicino a Modena, fino a Lucca. Fa parte di un gruppo amatoriale e storico, l’Accademia di Samoggia che prova a riscoprire la storia dimenticata di questo territorio a partire da Matilde di Canossa fino alla linea gotica della seconda guerra mondiale. “Amo fare chilometri a piedi, ho fatto il Cammino di Santiago, sono stata sull’Himalaya, ho visitato tanti posti belli. In questo periodo di Covid ho visto rinascere nel loro piccolo questi borghi, il negozietto di alimentari che ha quattro volte il fatturato di prima, con il cibo fresco disponile vicino casa. Prima dell’epidemia andavo col Freccia rossa a Milano martedì e tornavo giovedì e concentravo il mio lavoro. Adesso è tutto cambiato, e funziona ancora meglio”.



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