Follie da materie prime: ora il succo d’arancia costa 30 volte il petrolio

MILANO – Meno di 12 dollari per un barile di petrolio. Numeri che non si vedevano da 21 anni sul mercato delle materie prime ma che dicono comunque ancora poco sull’eccezionalità del momento. L’emergenza coronavirus ha mandato a picco la domanda mondiale: meno auto per le strade, meno aziende al lavoro e quindi meno consumi di energia e necessità di combustibile. La guerra tra Russia e Arabia Saudita ha fatto il resto e l’accordo raggiunto nei giorni scorsi ha soltanto arginato una caduta forse ancora più rovinosa. Ma minimi storici a parte, cosa significano prezzi così bassi? Solo per farsi un’idea, in un confronto “impossibile” con un altro bene scambiato sul mercato, il succo di frutta, il petrolio nei uscirebbe con le ossa rotte: l’oro arancione batterebbe l’oro nero trenta a uno.

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Basta un rapido confronto per trasformare i numeri della finanza in una fotografia reale. Sul mercato delle commodities uno strumento molto utilizzato sono i future: contratti con cui un investitore si impegna ad acquistare (o vendere) una certa quantità di un bene ad una determinata scadenza. I future con scadenza a maggio 2020 sul Wti, il tipo di petrolio del Texas usato spesso come riferimento per le quotazioni, vengono scambiati ora a circa 14 dollari al barile. Il barile è l’unità convenzionale scelta per le negoziazioni sul greggio e corrisponde a circa 159 litri. Ad oggi quindi, ammesso che fosse possibile acquistarlo, un litro di petrolio costerebbe meno di 8 centesimi. Molto meno della più economica bottiglia di acqua in un qualsiasi supermercato.

Restando però sulle principali commodities scambiate, un confronto può essere fatto con il succo d’arancia, che pur non essendo una materia prima viene trattata come tale sul mercato. La comparazione è solo a titolo esemplificativo sia perché si tratta di settori completamente diversi sia perché si mette a confronto un bene grezzo, il petrolio che viene estratto dal terreno, con un altro che è invece il risultato di un processo di lavorazione. Anche per questo, per quanto a prima vista possa sembrare controintuitivo, anche in tempi più tradizionali, il primo è sempre meno costoso del secondo.

Il succo d’arancia è negoziato presso l’Intecontinental Exchange come prodotto congelato e concentrato. Niente quindi a che vedere con il prodotto che troviamo sugli scaffali. Sul mercato, un contratto future di succo d’arancia con scadenza a maggio vale circa 1,05 dollari alla libbra, unità di misura utilizzata e pari a 0,45 chilogrammi circa. Assumendo che un chilogrammo di prodotto sia pari ad un litro (ma la conversione esatta dipende dalla densità del liquido), un litro di succo d’arancia verrebbe oggi scambiato a 2,3 dollari al litro. Circa 30 volte quanto si spenderebbe per una quantità equivalente di petrolio.



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