Giovanna Botteri, dalla Cina una donna protagonista

Dai servizi per Samarcanda alle guerre seguite come inviata, Giovanna Botteri è da sempre abituata ad essere al centro della notizia scomoda, ma nel passaggio dagli Usa alla Cina lo scorso dicembre non poteva immaginare cosa si sarebbe trovata a fronteggiare. Un anno storico il suo, giustamente riconosciuto dal Premio Ischia e dalla presidenza del Luchetta, che la vede persino ritratta dalla street art. Importante anche per la polemica e la solidarietà scatenata dalla sua immagine che l’ha messa al centro del dibattito sulla libertà delle donne. Per tutto questo è stata sicuramente la giornalista dell’anno. ”Tutto è legato in qualche modo. Ho raccontato la Cina dove tutto è nato e tutta questa polemica su capelli e magliette è esplosa nel momento in cui gli italiani erano tutti a casa in pigiama, con i parrucchieri chiusi, con il computer vicino al letto Ho anticipato una cosa che appartiene a tutti”, racconta in un’intervista all’ANSA. Che cosa è cambiato in lei dopo tutto ciò che è successo? ”Nessuno esce da quest’anno senza essere cambiato, è impossibile. Per me certo è stato molto più traumatico. In Cina mi sono stabilita ad agosto, arrivavo dall’America a Pechino e verso dicembre sono cominciate le prime strane cose. Abbiano iniziato a vedere su we chat le notizie della polmonite misteriosa, con i medici di Wuhan che raccontavano. Poi a gennaio l’accelerazione, i primi morti ma non si sapeva praticamente nulla. Con le prime vacanze dell’anno del Topo, molto simbolico nella storia cinese, tutto è precipitato. In Italia quando è arrivata l’avevi in qualche modo già vista, mentre per noi in Cina era qualcosa che non avevi idea di cosa fosse. Sono stati momenti di panico e abbiamo vissuto la paura. Io avevo solo due tecnici che si alternavano tra casa e in ufficio senza vedere mai nessuno, in un paese straniero, mentre organizzavano i lazzaretti. E’ stata dura. Poi dopo due mesi è arrivata in Italia in Europa”. Eppure lei si è trovata spesso in situazioni pericolose, in zone di guerra. ”Ho fatto l’inviata di guerra molte volte, da Sarajevo all’ex Jugoslavia, ma tu coprivi il servizio poi tornavi a casa nella tua normalità. Questa volta non c’era più nessun angolo di terra in cui tornare nella tua normalità, ed è la prima volta in cui questo succede. Con distanze impossibili da percorrere, confini che si chiudono e il vero isolamento”. Poi mentre il mondo cadeva in pezzi è esplosa la polemica sul suo modo di vestire, sui capelli naturali, sulla sua immagine. ”Io non sono sui social. Ero lontanissima, stavo lavorando, non ho avuto la percezione di quello che stava accadendo. Poi ad un certo punto uomini e donne, giovani e vecchi mi hanno scritto, parlando non di me ma di loro stessi, di quanto di loro vedevano messo in gioco in quella precisa situazione. Io non c’entro niente quasi in questa storia che è semplicemente capitata nel momento in cui una società si interroga su stessa e sui modelli che si rivelano, delle gabbie in cui non vuole più essere. Sei chiuso in casa, la gente ti muore intorno, non vuoi saperne nulla. E’ il momento di discutere di noi stessi e di sentirci accettati”. Quello che è accaduta ha cambiato qualcosa nella sua percezione di se stessa? ”Cambiare cosa vuol dire? Non mi sono colorata i capelli e non indosso abiti firmati. Credo che sia un diritto di ognuno di noi di esprimersi al meglio, essere quello che siamo. Ho colleghe geniali e preparate che indossano tacchi a spillo ed hanno i capelli sempre perfetti, Non deve essere nemmeno il modello opposto ma solo come meglio ti senti. Io faccio la giornalista non faccio la soubrette, e cerco di essere vestita in modo civile e decente ma da professionista che lavora. Sono una giornalista, scrivo, lavoro, faccio reportage, il mio lavoro è tutto qui: andare in televisione, essere al mio posto. Da me la gente non si aspetta pettinature hollywoodiane, si aspetta di sapere le notizie, di sapere quello che sta succedendo”. Che significa per lei guardare avanti al 2021, visto che ha una figlia, anche pensando a sua figlia. ”Io penso che questa dei giovani è la grande parte che forse noi abbiamo mancato come narrazione nel 2020 perchè in qualche modo abbiamo raccontato una pandemia dalla parte dei deboli e visto i giovani come entità strana, quelli che non si ammalano, gli untori criminalizzati. In realtà è una generazione che ha vissuto un momento storico di enorme importanza, si sono ritrovati chiusi a casa senza scuola insieme ai genitori in smart working. Credo che nel 2021 questa generazione che rappresenta una fascia della società così colpita verrà fuori con le sue esigenze, la sua rabbia e dovremo farci i conti, da pagare in modo brutale. Il 2021 non si preannuncia molto più facile, almeno fino all’estate la strada è tutta in salita. Bisogna fare appello al cuore bianco, al meglio che c’è in tutti noi per superare questo momento. Serve altruismo, generosità, capacità. Credo che di questo 2020 ci porteremo tutti i disastri nel 2021 e lì si giocherà la nostra capacità di essere paese, cittadini, genitori ed essere una società capace di riassumere i valori del passato e del futuro per un presente molto difficile” ”Una cosa che mi colpisce molto è che la stampa cinese quando parla del fatto che l’Oriente non ha avuto una seconda ondata, dice che troppa libertà in questi casi finisce per essere un handicap, perchè l’invasività necessaria ad evitarla in un Occidente libero non può essere applicata. Ecco penso che dovremo fare i conti col prezzo che paghiamo per libertà e democrazia. Rivendico il diritto ad essere liberi ed anche sani ed è vero quello della libertà individuale è un grande tema. Ci stiamo autocostringendo per il bene di tutti, ed i giovani sentono sulle loro spalle il peso del futuro di un’intera società”. Sul piano personale che cosa chiede al 2021? ”Sul lavoro sento il bisogno di riavvicinarmi a casa, in un momento in cui diventa così difficile stare lontani. Ho sempre vissuto il mondo e le distanze come sfida divertente ora mi sembrano penalizzanti per gli affetti, per l’isolamento. Per il 2021 cercherei una strada che mi porti non così tanto lontana da casa”.
   


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