Giuseppi finisce nella trappola dem. Costretto a “sbianchettare” il decreto

Franceschini pretende l’inserimento del riferimento ai Comuni nel testo, poi di fronte alle critiche “abbandona” il premier

Il compromesso sul potere in capo ai sindaci di disporre la chiusura, dopo le ore 21, di piazze e strade nei centri urbani dove si possono creare assembramenti, partorisce un pasticcio: il riferimento ai sindaci sparisce, dopo una notte di tensioni e polemiche. Nella versione finale del Dpcm non è ben chiaro chi avrà il potere di chiudere bar, piazze e strade. I sindaci? I presidenti di Regione? I prefetti? Tutti e nessuno. È un compromesso che evita un conflitto istituzionale senza precedenti e salva Conte dal linciaggio pubblico. Ma che getta gli italiani nella confusione totale.

Tutto accade in una notte di veleni e sospetti per l’esecutivo. Il premier va in conferenza e annuncia che saranno i sindaci a disporre la chiusura dei quartieri ad alto rischio assembramenti. È la delegazione dei ministri Pd, guidata da Dario Franceschini, che impone al premier di affidare ai primi cittadini poteri e responsabilità in questa fase delicata della risalita del contagio. Conte cede. Accetta. Ma finisce in una trappola preparata dei dem. Il sospetto agita l’inquilino di Palazzo Chigi. La norma scatena il linciaggio contro Conte. Il premier è esposto al fuoco che arriva dalla protesta dei sindaci. Da destra a sinistra: tutti sparano contro Conte. Il Pd, che ha voluto la norma, non offre lo scudo al premier. Nessuna difesa. L’avvocato del popolo è lasciato solo contro gli attacchi pubblici dei sindaci. Antonio Decaro, sindaco di Bari del Pd e presidente Anci, minaccia lo strappo. Sono ore tese nelle stanze di Palazzo Chigi. Il telefono è rovente. Conte chiede ai ministri Pd di intercedere con i sindaci e far cessare il tiro al piccione. Niente da fare. Si rischia l’irreparabile. Conte minaccia di vuotare il sacco e scaricare su Dario Franceschini la colpa. Nel mezzo delle trattative c’è una telefonata tesissima tra il presidente del Consiglio e il numero uno dell’Anci. Si cerca una mediazione. Entrano in scena i due ministri facilitatori: Francesco Boccia (Affari regionali) e Luciana Lamorgese (Interno). I due ministri lavorano a una mediazione.

Alla fine il testo del Dpcm viene rimodulato. L’ultima versione recita: «delle strade o piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, può essere disposta la chiusura al pubblico, dopo le ore 21,00, fatta salva la possibilità di accesso, e deflusso, agli esercizi commerciali legittimamente aperti e alle abitazioni private». Non c’è più la parola sindaci. «Ma saranno comunque i sindaci a dover decidere», spiega il ministro per gli Affari regionali Boccia. Ma con l’ok di governatori e Prefetti. «La norma – precisa Boccia a Rainews24 – è stata smussata. Detto questo, se c’è un quartiere da chiudere lo decidono i sindaci, i sindaci sanno che lo Stato è al loro fianco 24 ore su 24, dobbiamo tornare alla collaborazione massima».

Conte è salvo: il processo nella pubblica piazza è sospeso. La protesta si ferma. Resta lo sgambetto del Pd per spingere Conte nell’errore. Precedente che incrina (ancor di più) i rapporti tra il capo del governo e gli alleati dem. Ora c’è da decifrare il testo del Dpcm. Chi deciderà? Chi avrà l’ultima parola? I Prefetti o i governatori? Il governo partorisce l’ennesimo pasticcio che già apre la strada a ricorsi, contenziosi e conflitti tra le Istituzioni.

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