Giuseppi, Matteo e lo zoo a Palazzo

Se un Esopo redivivo dovesse scrivere una favola per raccontare com’è stata affrontata la tragedia della pandemia in Italia, la intitolerebbe, secondo il suo costume, prendendo come spunto gli elementi caratteriali di due animali

Se un Esopo redivivo dovesse scrivere una favola per raccontare com’è stata affrontata la tragedia della pandemia in Italia, la intitolerebbe, secondo il suo costume, prendendo come spunto gli elementi caratteriali di due animali, tipo la rana e lo scorpione o, ancora, la cicala e la formica, legandoli a due profili umani. L’inedito virtuale dell’antico narratore greco potrebbe passare sotto il nome «il bradipo e il gorilla». E non è difficile immaginare a chi si riferirebbe: Giuseppe Conte sembra nato apposta per gareggiare con il bradipo per la lentezza delle sue decisioni; mentre Matteo Salvini sembra ispirarsi in politica sia nel lessico che nella strategia alla furia del gorilla. E, come nelle favole dell’Esopo originale, anche dietro quella dell’Esopo ipotetico si nasconde una morale, che la senatrice Gabriella Giammanco, da buona siciliana, è svelta ad indovinare: «C’è chi non fa niente e chi spacca tutto. Risultato: tutto è immobile e ristagna in questo Paese».

Come sempre chi paga per i limiti di una classe dirigente purtroppo è una costante è il Paese, e i suoi cittadini. Da noi il costo in questi mesi è stato, e continua ad essere, particolarmente alto. Per molti aspetti assurdo. In quale Paese nel bel mezzo di un’epidemia, infatti, la poltrona di vertice della sanità della regione meno strutturata per affrontare il virus nel caso, la Calabria – sarebbe rimasta vuota, fermandoci ad oggi, per ben 17 giorni? Francamente nessuno. Uno può mettere nel conto tutte le vicissitudini e le gaffe che vuole, ma in un’Italia da otto mesi in stato d’emergenza queste sono decisioni che si dovrebbero assumere al massimo in 24 ore. E, invece, niente. Addirittura ieri, come un personaggio di «Aspettando Godot», il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, in visita a Catanzaro, ha annunciato serafico: «… il commissario arriverà». Più che scomodare Samuel Beckett, sembrava il protagonista di una di quelle barzellette divertenti che raccontava Gigi Proietti. Il dramma vero, però, è che tarda oggi, tarda domani, ormai il ritardo non fa più scalpore. Al massimo fa accapponare la pelle a chi, in maggioranza o all’opposizione, frequenta il Parlamento pensando a ciò che succede fuori. «Stiamo sprofondando!», ammette il piddino con un «pedigree» di sinistra, Fausto Raciti: «In questa situazione dovresti decidere in maniera giusta e tempestiva. E invece…». «Siamo all’assuefazione al ritardo», rincara sgomento il piddino con un passato dc e di public management, Enrico Borghi. «Ormai si incazza Enrico Costa, da qualche mese alla corte di Calenda è normale non decidere». «Dopo l’esperienza di questi mesi gli va dietro il radicale Riccardo Magi ancora non hanno capito che per affrontare una situazione drammatica come questa devi anticipare i problemi con le soluzioni».

Come dargli torto?! Dove ti giri ti giri, impera l’inerzia. Terapie intensive, tamponi, posti in ospedale, ristori a lavoratori e imprenditori, la costante è che ogni scelta, ogni bando, ogni contratto non è ispirato ai tempi dell’emergenza. Altro esempio: dopo aver parlato per mesi dei progetti per il Recovery Fund, ora una Ue sempre più spazientita lo testimonia una lunga corrispondenza epistolare con palazzo Chigi li pretende al più presto dal governo. Per ora l’unico lavoro fatto (a parte la sfavillante kermesse degli Stati generali dell’economia a villa Pamphilj) è stato quello di mettere insieme, senza priorità, tutti i programmi che giacevano da anni negli archivi polverosi dei ministeri, per scoprire oggi che tutti questi investimenti – al di là della loro bontà, tutta da dimostrare – costerebbero più di 600 miliardi, il triplo dei 200 che Bruxelles vorrebbe darci. Insomma, non siamo al punto di ieri, ma dell’altro ieri. L’unica decisione che il governo ha preso per tempo è che a Natale non si andrà a sciare. Facendo arrabbiare per l’ennesima volta le Regioni, oltre che per la sostanza anche per i modi. La notizia Palazzo Chigi l’ha data in una lunga velina propinata dal solito Roccobello (il copyright è del Premier) Casalino ai giornali, nelle cui pieghe Conte arriva a dire: «La strategia messa in atto per fronteggiare la seconda ondata sta funzionando, ma non è il momento di cantare vittoria…». Siamo alla visione distorta della realtà, come quelli che si specchiano con lo scolapasta in testa (copyright D’Alema di qualche anno fa) immaginando di essere Napoleone. Solo che le cifre – crudeli e spietate – ti riportano con i piedi per terra: ieri abbiamo superato la soglia dei 50mila morti; come tasso di letalità siamo terzi al mondo, dopo Messico e Iran (colpa della non efficienza del sistema sanitario); per percentuale di decessi in rapporto alla popolazione siamo quarti dopo Belgio, Perù e Spagna. Roba da far rizzare i capelli a chi ce li ha.

In questa tragedia immane, poi c’è chi si è assunto il ruolo di gorilla: se ci fosse Esopo scriverebbe, un po’ come in «La volpe e l’uva», che lo scimmione scuote con violenza l’albero su cui il bradipo è appeso incurante. Lo vuole fare cascare, ma in realtà lo culla. Un po’ come fa Salvini con il Premier. Gli spara addosso, chiede invano le elezioni, lo insulta, con un unico risultato: spinge l’attuale maggioranza a solidarizzare con Conte che, anche grazie a Salvini, resta l’inquilino di Palazzo Chigi. Nel frattempo, nella sua furia, Salvini divide pure l’opposizione. Un capolavoro. «In Puglia confida l’azzurro Mauro D’Attis ho perso proprio per quello che ho ribattezzato l’effetto Salvini. Tra lui e il Premier siamo allo Zoo degli animali peggiori».

Già, come il gorilla che nella giungla si batte i pugni sul petto e grida ai quattro venti per incutere paura, Salvini fa tanto rumore per nulla. Spiega Enrico Costa tanto girovago (ex forzista, amico dei leghisti, finito con Calenda) da essere imparziale: «Salvini più che ad un gorilla somiglia a Willy il Coyote che tenta di far fuori in tutti i modi Beep Beep, l’uccello corridore del deserto americano, cioè Forza Italia. Ha preso i tre deputati forzisti sperando che facessero battipista ad altri: non ha arruolato grossi nomi, ma uno affidabile come Carrara che in un sms a Calenda gli aveva anticipato che il 24 settembre sarebbe passato con lui; e non è riuscito a portare a casa neppure un senatore, neppure Francesco Giro che ho letto ha la doppia tessera Forza Italia-Lega. Poi si è inventato la federazione tentando di fare sollevare i gruppi parlamentari contro il Cav. E neppure quello gli è riuscito».

Appunto, furia cieca. Un po’ come la risoluzione congegnata ieri al Senato, il giorno dopo l’appello all’unità, alla federazione del centro-destra: unica firmataria la Lega, che chiede di utilizzare lo scostamento di bilancio per ridurre Iva, Irap e indicizzare le pensioni. «Otto miliardi ironizza Renato Brunetta – sono un po’ pochi per fare tutto. È solo una calderonata (parola derivata dal nome di Calderoli, ndr) per mettere in imbarazzo la trattativa seria che noi stiamo facendo con il governo. Insomma, una reazione gelosa per il ruolo centrale che Forza Italia ha assunto. Ricorda una vecchia pubblicità dell’olio d’oliva Bertolli che aveva questo ritornello: … Invidiosa Mariarosa, come lei vuol far, ma non è capace e non la sa proprio imitar…».

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