Gualtieri: “Positive le proposte di Fi”. Ma scatta un asse contro il dialogo

Il ministro favorevole al pacchetto degli azzurri sugli autonomi. Anche M5s vuole stroncare l’ipotesi di una maggioranza alternativa. Scontro Conte-Zingaretti sulla cabina di regia

Il ministro dell’Economia Gualtieri apre alle proposte dell’opposizione, e «in particolare da Forza Italia», promettendo di «incrementare il sostegno a autonomi, commercianti e professionisti» nella manovra. Ma la rottura del centrodestra, con gran soddisfazione del premier, si allontana.

In fondo Conte e Salvini – con M5s di complemento-, nonostante i litigi plateali non smettono di piacersi. O, almeno, di avere obiettivi politici comuni e concomitanti. Quello che unisce il premier e il suo amato ex vicepremier, oggi, è la necessità esistenziale di impedire che il «dialogo» tra maggioranza (leggi Pd) e opposizione (leggi Forza Italia) diventi qualcosa di politicamente più pesante. Fino a ipotizzare nuove maggioranze (e di conseguenza nuovi governi) con l’appoggio dell’ex «Caimano», oggi considerato nel Pd l’unico interlocutore «responsabile», «europeista» reperibile fuori dal disastrato perimetro giallorosso.

Ma Conte e Salvini non sono nati ieri, e hanno subito intuito che se la prossima legge di bilancio (con relativo nuovo scostamento, che verrà votato oggi) fosse diventata la sede di un avvicinamento formale di Fi all’area di governo, rompendo l’unità del centrodestra, per entrambi sarebbero iniziati tempi cupi. Ecco dunque che si sono messe in moto le sinergie tra Palazzo Chigi e Via Bellerio (con l’utile tramite dei Cinque Stelle) per stroncare sul nascere una manovra destinata a depotenziarli. Oggi il centrodestra non si dividerà sullo scostamento di bilancio, astenendosi anziché votare a favore (come avrebbe fatto Fi) o contro (come avrebbe fatto la Lega). E nelle prossime settimane l’opposizione incasserà una serie di più o meno circoscritte aperture alle sue richieste sulla legge finanziaria, annunciate ieri da Gualtieri, e in cambio non tenderà trappole al governo nei voti difficili. Uno «scambio di favori», raccontano con malcelata furia dal Pd, dove spiegano che si tratta di «un errore marchiano», perché invece di «spaccare il centrodestra, arruolando Fi nell’area della solidarietà nazionale anti-pandemia, Conte ha preferito evitare quell’atto politico che avrebbe segnato un cambio di passo della legislatura». Il premier però non è nato ieri, ha capito che il tentativo di allargare la maggioranza (con annesse richieste di rimpasto) era un modo per gettare le basi di una nuova fase politica in cui rischiava di finire ai margini, e ha reagito.

La tensione tra Palazzo Chigi e Nazareno è altissima. Sul Mes, con Conte schierato con il M5s nel negare che all’Italia servano le risorse di quello sanitario, invocato invece dai dem e dal ministro Speranza, e con il Pd che avverte che il 9 dicembre, quando il premier dovrà chiedere al Parlamento il mandato per votare in Unione Europea la riforma del Fondo Salva Stati «rischia di non esserci più la maggioranza». Ma anche sulla fondamentale partita della gestione – quando e se arriverà – del Recovery Fund. Il governo, in ritardo sul piano di investimenti da presentare all’Unione europea, si sta già dilaniando sul «chi» li amministrerà. Si racconta di uno scontro «mai prima così duro» tra Conte e Zingaretti sul tentativo del premier di attribuirsene la governance: «Il premier sta accelerando la costruzione di una cabina di regia tutta incentrata su Palazzo Chigi e i sui suoi fidi per accentrare su di sé la gestione di fondi e dei progetti», denunciano. Giurando che -stavolta – non gliela farà passare liscia.


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