I legami tra Pechino e il M5s. E anche il Pd non si fida più

Da Grillo a Di Maio, il Movimento tifa per il regime di Xi. Adesso gli alleati chiedono chiarezza al Copasir

Lo scoop del Foglio e di un consorzio giornalistico internazionale sulla schedatura da parte del governo cinese, attraverso una società privata, di molte migliaia di cittadini, anche italiani, non può non mettere in imbarazzo il M5s. Che negli ultimi anni, in particolare da quando è in maggioranza, è stato accusato da più parti di intrattenere rapporti fin troppo stretti con il regime comunista di Pechino. Da qualche tempo a questa parte non sono mancati gli incroci pericolosi tra il Movimento e la dittatura di Xi Jinping. A partire innanzitutto dal voltafaccia del Blog di Beppe Grillo, in passato molto critico con la Cina. Da circa un paio d’anni l’atteggiamento del comico è cambiato. Quasi in concomitanza con l’avvento dei grillini al governo. Lodi sperticate al modello economico cinese, minimizzazione della ribellione dei cittadini di Hong Kong contro il regime («Il caso di Hong Kong e i tentativi di destabilizzazione» titolava il Blog il 15 giugno del 2019), elogi della gestione del Coronavirus da parte del governo di Pechino. L’ultimo articolo a tema, datato 27 agosto, è così titolato: «Cina-Ue-Italia: contenere l’irresponsabilità statunitense». Un feeling culminato con i due incontri segreti nel giro di 24 ore di Grillo con l’ambasciatore cinese in Italia Li Junhua a fine novembre dell’anno scorso.

E poi c’è Davide Casaleggio. Al centro di polemiche e sospetti per aver invitato nel 2019 a un evento della Casaleggio Associati il Ceo di Huawei Thomas Miao. Vicenda rispolverata due mesi fa in occasione dell’incontro di Casaleggio con il premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. A riaccendere il dibattito un tweet dell’ex candidata repubblicana al congresso Usa DeAnna Lorraine. Che a luglio aveva scritto: «Perché il primo ministro italiano oggi incontra in privato il principale lobbista di Huawei?». La questione sta a cuore all’America perché la compagnia di telecomunicazioni cinese è interessata alla costruzione di una parte della rete 5G in Italia. Sul dossier il governo è spaccato, mentre gli Usa premono per estromettere la società con sede a Shenzhen dalla partita del 5G in Europa. L’ultima miccia è rappresentata dal contenuto di un dpcm del 7 agosto, secretato dal governo, in cui secondo il quotidiano La Verità il consiglio dei Ministri avrebbe dato il via libera a Tim per utilizzare la tecnologia di Huawei per le reti 5G.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex leader del M5s, era invece in prima fila per la firma, a novembre dell’anno scorso, dell’accordo economico con la Cina denominato «Via della Seta». L’Italia è stato il primo Paese del G7 ad aderire all’iniziativa di Pechino. E non bisogna dimenticare i tanti investimenti cinesi nel nostro Paese. Nel settore portuale c’è l’interesse, riportato dal Giornale il 18 maggio, da parte di una società controllata da un gruppo pubblico cinese per avviare la costruzione di un insediamento produttivo nel porto di Taranto. Partnership salutata con entusiasmo dal sottosegretario grillino a Palazzo Chigi Mario Turco.

Dal Pd si è fatto sentire il responsabile esteri del partito, il deputato Emanuele Fiano. Che parla della schedatura rivelata dal Foglio come di una vicenda «inquietante». E aggiunge: «Chiederemo di fare piena luce investendo il Parlamento e il Copasir». Ma dal Nazareno si aspettano anche una richiesta di spiegazioni a Pechino firmata dalla Farnesina e da Palazzo Chigi. E, come annuncia il deputato di Fdi Federico Mollicone, i meloniani hanno pronta un’interrogazione parlamentare a Di Maio e Conte.


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