I veri liberali non hanno a che fare con una certa destra

La maledizione italiana da un secolo a questa parte? Avere due sinistre, di cui una inutilizzabile. E due destre, di cui una inutilizzabile

La maledizione italiana da un secolo a questa parte? Avere due sinistre, di cui una inutilizzabile. E due destre, di cui una inutilizzabile. Se si prova a metterle insieme, come è avvenuto in questa legislatura malata in tutti i sensi, comunque la rigiri, esce fuori un’Italia illiberale, rabbiosa, figlia della scuola di sopraffazione del secolo scorso. Ma il secolo è cambiato e proprio grazie all’enorme sfida del Covid abbiamo la magnifica opportunità di salvare insieme la vita e l’economia, con il valore aggiunto di un rilancio della democrazia liberale: «liberale» è sia l’aggettivo che lo strumento per ricostruire la vita, l’economia e la politica. Tutto ciò che è illiberale non può che ostacolare questa ricomposizione e va scartato. Salvini rappresenta una destra illiberale perché manca di una visione generale del Paese, qualcosa che somigli a un sogno. Ma, in compenso, ha solidi muscoli allenati dalle paure create dall’ipocrisia della sinistra. Giorgia Meloni è sempre in mezzo al guado fra l’ex-post-neofascismo e un’area conservatrice, né carne né pesce. E questi liberali chi sono? Sono certamente i milioni che un tempo hanno votato per il quadripartito e poi per Berlusconi, ma ora sono depressi. Così, sentendosi molti liberali esiliati in patria, la democrazia è in stallo, ovvero marcisce, perché è stata frustata a sangue affinché disimparasse l’uso del suo strumento più nobile e audace che è il compromesso. La gente che si fa chiamare Cinque stelle è riuscita ad accreditare la superstizione secondo cui il compromesso sarebbe lo sterco del diavolo accreditandone come sinonimo una parola torbida come «inciucio». È un termine razzista per far apparire sudicio lo strumento più audace della politica, che è il compromesso. I diffusori di questa stregoneria sono gli stessi che praticano l’espressione «voto di scambio». Cercano di rendere invisibile ed ignobile il fatto che ogni elezione sia un legittimo voto di scambio: io proteggerò i tuoi interessi e i tuoi valori se mi mandi in Parlamento. Se così non fosse, allora perché non ammanettare l’intera democrazia? Difendi i lavoratori? Voto di scambio. Difendi gli imprenditori? Voto di scambio. La democrazia è sia un voto di scambio che coraggio di fronte alla necessità del compromesso. Oggi il compromesso è quello che Forza Italia offre la sua disponibilità (senza fare pasticci politici) a un governo in confusione che deve fronteggiare una catastrofe collettiva. Come farlo, è compito della politica liberale e non unilaterale, per giocare a favore del Paese intero. Per una questione di ovvia logica e interessi di parte, l’idea non piace ai 5S che perderebbero potere di ricatto sul Pd, piace al Pd perché potrebbe tornare a ragionare col suo cervello, e non piace alla destra non liberale, che non saprebbe cosa dire. Tutti ricordiamo come la Lega abbia legittimamente trescato per una lunga primavera con Di Maio, fecondando le stesse uova che ci hanno regalato il reddito di cittadinanza ai mafiosi e il caos autoritario. La politica non si fa con il rinfaccio e i dispetti: non è soltanto questione di buone creanze, ma di certificazione liberal-democratica, in mancanza della quale la Lega e anche Fratelli d’Italia non potranno andare da nessuna parte perché non esiste in quest’Italia che sta in Europa un accesso liberale per il populismo sia di sinistra che di destra. I Cinque stelle hanno dovuto piegarsi nella loro Canossa in Europa e il loro spettacolo dimostra la loro inconsistenza.

Le trasmigrazioni dei parlamentari sono anch’esse un fatto politico, perché in un Parlamento purtroppo delegittimato ogni eletto si muove per istinto di sopravvivenza. Di fronte al Covid la maggioranza è alle convulsioni perché non sa prendere una posizione netta e responsabile. Una sua parte vorrebbe liquidare una quota della popolazione, illudendosi di salvare l’economia. Ma non ha il fegato di dirlo, e preferisce accendere i riflettori sulla triste sorte degli scolari senza tablet o sulle tristi e rare morti dei giovani. Tutti sappiamo che sarebbe meglio salvare sia l’economia che le vite umane, ma per un tale risultato bisognerebbe fare i compiti che non sono stati fatti.

Il compromesso che offre Forza Italia è molto diverso da quello delle forze che sotto il portone di Palazzo Chigi aspettano di essere ammesse nel salotto buono della distribuzione del malloppo europeo. Siamo di fronte per ora a un governo sorretto da una maggioranza in conflitto con sé stessa, che ha condotto disastrosamente la difesa contro l’epidemia (abbiamo più morti in percentuale degli Stati Uniti e siamo terzi per mortalità dopo Messico ed Iran) e che con spirito realista chiede un aiuto anche all’opposizione liberale non per fare un «inciucio» ma per onorare il patto costituzionale che ci lega tutti, di fronte a una catastrofe. L’opposizione liberale è quella di Forza Italia, che ha dato la sua disponibilità all’esperimento. Ed è immediatamente scattato il riflesso pavloviano dell’accusa di inciucio. Qui, attraverso l’accusa eretica di «inciucismo», rifulge la dannazione italiana, da destra e da sinistra che viene esattamente da quelle due mezze porzioni che bloccano il Paese da un secolo. Quando oggi dici «sinistra», non sai più di che cosa parli: i Dem si dissanguano per tenere in piedi una baracca che ha come scopo di quello di tenere in piedi la baracca. Dunque, accolgono con sollievo il compromesso proposto da Berlusconi, che permetterebbe loro di disintossicarsi e tornare a respirare.

Il filosofo Douglas Murray sostiene che soltanto i popoli di lingua inglese sappiano vivere la democrazia che hanno inventato per tutelare la loro libertà, mentre gli europei continentali sarebbero dei pallidi imitatori, per non avere mai provato l’ebbrezza della libertà. Questo modo di pensare non corrisponde esattamente alla nostra passione per la democrazia, perché nei popoli di lingua inglese la difesa delle libertà individuali è una rivoluzione continua. E l’abbiamo appena intravisto nelle drammatiche, ma partecipatissime elezioni americane. Ma la democrazia è una cosa molto generica e la liberal-democrazia un’altra, molto specifica. Laddove esiste una democrazia liberale, viene al primo posto la libertà delle persone uniche e irripetibili e non corrisponde alle democrazie autoritarie che, a partire dalla Rivoluzione francese e dal termine giacobino citoyens trattano i cittadini come anonimi.

Il secolo scorso è stato il secolo delle armi distruttive, sia militari che politiche, mentre il nostro sta sviluppando le difese: persino il mondo militare spende più nello scudo che nella spada e nel diritto di tutti a cercare la felicità. Se quel diritto è finito nella Costituzione degli Stati Uniti, è stato merito del giovane e morente napoletano Gaetano Filangieri, che riuscì a farne comprendere il valore a Benjamin Franklin, ambasciatore in Europa, e che sarebbe tornato a Philadelphia. Oggi la sfida è quella di bloccare sia i sacrifici umani che il tracollo economico con un coraggioso compromesso.

Questo ci sembra il territorio politico su cui si misureranno le differenze fra un liberale tenace come Berlusconi e uno sceriffone da spiaggia come Matteo Salvini. Berlusconi ha lanciato a un governo in panne il suo salva-democrazia liberale. Ora occorre un colpo di frusta per ripartire.


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