Il “compagno” Fico ora difende Mediaset. “Azienda strategica”

La terza carica dello Stato archivia i toni da grillino di sinistra: “Va tutelata da assalti”

Stavolta le parole che non ti aspetti arrivano dal grillino più insospettabile. Le pronuncia il «compagno» Roberto Fico, presidente della Camera, già esponente dell’ala sinistra del M5s, ma soprattutto il big pentastellato più vicino al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Lo stesso Conte che da quando si è cominciato a parlare di collaborazione con Forza Italia si sente ogni giorno che passa come un topo in procinto di cadere nella tagliola. Le frasi, che sono il barometro di uno sdoganamento di fatto del berlusconismo, arrivano a Mezz’ora in più su Rai3. Altro che conflitto di interesse, «Mediaset è una azienda italiana e come tale va tutelata da appetiti stranieri», spiega Fico commentando la votazione dell’emendamento che protegge il Biscione da una potenziale scalata ostile dei francesi di Vivendi. Da «Mediaset non la comprerei neppure se me la regalassero» (copyright Beppe Grillo nel 2009) alla società «strategica nel campo delle telecomunicazioni applicate alle comunicazioni» magnificata da Fico durante l’intervista con Lucia Annunziata. Il presidente della Camera solo in conclusione precisa, ribadendo la linea ufficiale del M5s: «Non si tutela Mediaset, ma si tutelano le aziende, è molto diverso». Si registra anche l’apertura sullo scostamento di bilancio, al voto mercoledì in Senato. Per ora l’idea è «una conferenza dei capigruppo congiunta di Camera e Senato presieduta dai presidenti dei due rami del Parlamento, dove venga per esempio il ministro Gualtieri a illustrare lo scostamento di bilancio». Poi chissà.

Ma basta unire i puntini per stanare la tentazione dei 5 Stelle. Luigi Di Maio, sempre più leader del Movimento, sabato si è lasciato andare a parole al miele all’indirizzo dei nemici politici di sempre. «Forza Italia in questo periodo sta mostrando grande senso di responsabilità verso le istituzioni e credo gli debba essere riconosciuto, non era scontato», ha ammesso in un’intervista al Corriere della Sera. Dichiarazioni in chiaro che fanno il paio con i retroscena carpiti nel gruppone parlamentare del M5s. Un coacervo di spinte, correnti e personalismi. Unito dalla necessità di non porre fine alla legislatura. Anche perché il taglio dei parlamentari, fortemente voluto dagli stellati, insieme al tetto dei due mandati ancora in vigore, rischierebbe di decimare la truppa grillina in Parlamento. Attraverso questa lente si leggono i risultati di un sondaggio interno ai Cinque Stelle di Camera e Senato, riportato da La Stampa, sulla possibilità di aprire a una collaborazione con Fi. Un sorprendente, ma non troppo, fifty-fifty. Con la metà dei portavoce che approverebbe l’ipotesi di una maggioranza rafforzata, magari attraverso un appoggio esterno. Scenario di cui si discute nei conciliaboli riservati, forse l’unica soluzione per far bere l’amaro calice agli attivisti. Resta l’ostacolo rappresentato da Alessandro Di Battista. Che potrebbe riprendere fiato da una collaborazione istituzionale con l’arcinemico. Dibba manda in avanscoperta i suoi. Come l’eurodeputato Ignazio Corrao. «Spero che Di Maio e Casellati non abbiano parlato di intese con Berlusconi», insinua il dubbio Corrao parlando con Repubblica. E però c’è qualcuno che addirittura arriva ad auspicare una rottura con la corrente dell’ex deputato. «Se vogliono possono togliere il disturbo, il governo sarebbe appoggiato comunque anche da quasi tutto il Gruppo Misto», spiega un parlamentare grillino.

E Laura Castelli, viceministro dell’Economia, si gioca le carte del giù le tasse e delle partite Iva. Parla di «alleggerire il fisco», sollecita ad «intervenire sulla pressione fiscale degli autonomi», spiega che bisogna abolire «tutte quelle piccole tasse che infastidiscono solo i cittadini». Sembra quasi di sentir parlare Berlusconi.


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