Il coro di annunci su bus, test e orari. L’ira dei presidi: “Facciamo da soli”

Più mezzi, tamponi e scaglionamenti per tornare in aula. Ma non è stato fatto. Le scuole scrivono alle famiglie. I dirigenti: “Strabismo della politica”. A rischio abbandono 34mila studenti delle superiori

Lezioni di incompetenza. Annunci, attese, promesse, litigi e alla fine mesi buttati via sulla pelle dei ragazzini. Se la scuola misura il livello di una civiltà non siamo messi bene. E sì, all’inizio dell’epidemia poteva esserci l’attenuante generica dell’impensabilità, ma a distanza di quasi un anno da quel 21 febbraio in cui l’Italia si trovò sulla trincea del Covid, ormai l’improvviso è diventato improvvisazione.

Tanto è stato promesso, a primvera, in estate, in autunno, poco è stato fatto. Più trasporti, ingressi scaglionati, tamponi a pioggia per docenti e studenti. E alla fine siamo qui, alla fine delle feste di Natale, con poche certezze, un calendario scolastico frastagliato e incerto (il 7, no l’11, forse più tardi, se i governatori non decidono diversamente), i partiti della maggioranza che si prendono a pesci in faccia, regioni che vanno in ordine sparso. «Sono stati ripetuti tutti gli errori fatti durante l’estate – sintetizza Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera -. Studenti e genitori pagheranno ancora una volta il prezzo dell’incompetenza di questo esecutivo». Ma non è solo l’opposizione a bocciare l’esecutivo. Secondo un’indagine condotta dalla Cisl Scuola l’82,8 per cento dei dirigenti scolastici delle scuole superiori ritiene poco o per nulla efficaci le misure messe in campo dall’esecutivo. E Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, è durissimo: «Fatico a capire le motivazioni di questo tira e molla continuo tra Regioni e Governo, come se non si basassero sugli stessi dati – dice all’Aria che tira su La7 -. Se il rapporto dell’Iss attesta che le scuole, dove le mascherine vengono indossate e tutte le regole di distanziamento vengono rispettate, non sono focolaio di contagio, dobbiamo avere il coraggio politico di far tornare gli studenti in presenza. E se il problema è quello del trasporto pubblico, allora lo si deve riorganizzare o potenziare di conseguenza e senza indugi. Siamo tutti stanchi di polemiche politiche che a volte sembrano pretestuose». Il risultato è che di fronte a tante incertezze i dirigenti scolastici decidono di fare da soli, districandosi tra doppi turni, orari di ingresso sfalsati, sperando che la politica non sparigli ancora una volta le carte.

Del resto procedere in ordine sparso è la parola d’ordine. A Roma ieri la prefettura, al termine di un tavolo di coordinamento, ha stabilito che le ore di lezione negli istituti tecnici (ma la cosa potrebbe essere estesa a tutte le superiori) dureranno 50 minuti e che il 60 per cento degli studenti entrerà alle 8 e il 40 alle 10. Due proposte queste avanzate dai sindacati della scuola. Inoltre il prefetto Matteo Piantedosi ha istituito una task force anti-assembramenti composta da personale della protezione civile e delle aziende di trasporto pubblico Atac e Cotral, che sarà operativa nei principali hub del trasporto pubblico. Allo studio la possibilità per i prof di fare tamponi nei drive in senza prescrizione.

Si naviga a vista. E naturalmente il rischio è che gli studenti di oggi, soprattutto quelli più fragili, paghino un prezzo altissimo a questo disastro annunciato. Secondo un’indagine condotta da Ipsos per Save the Children, a fine anno almeno 34mila studenti delle superiori potrebbero abbandonare. Il 28 per cento dei ragazzi tra 14 e 18 anni interpellati dichiara che almeno un loro compagno di classe dal lockdown di primavera a oggi avrebbe smesso di frequentare le lezioni. E un quarto di essi dichiara che sono almeno tre i «dispersi». E anche chi non molla, soffre: il 38 per cento dei ragazzi boccia l’esperienza con la didattica a distanza soprattutto a causa delle difficoltà a concentrarsi (il 45 per cento) e dai problemi tecnici dovuti alla connessione o alla copertura di rete propria o dei docenti. Il 72 per cento della «meglio gioventù» è convinto che con la Dad sia più difficile imparare cose nuove e socializzare con i compagni.


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