Il governo “comunque vada”: hanno già deciso di restare

I giallorossi convinti a non mollare neppure in caso di disfatta alle Regionali. L’alibi della crisi economica

Con il collega d’accademia, Felice D’Ettore, deputato forzista che corteggia da mesi, Giuseppe Conte giorni fa è stato estremamente franco: «Qui tra il risultato delle Regionali, quei 209 miliardi della Ue la cui gestione fa gola a tutti e la corsa al Quirinale, so benissimo che rischio. Ho solo una chance, non piccola, e cioè che a mio parere l’unica alternativa al governo del sottoscritto sono le elezioni che nessuno vuole». Ragionamento politico per un non politico, che però non spazza dalla mente del premier la sensazione di pericolo. Una sensazione che, specie dopo quella conversazione con il numero uno del governo, ha contagiato anche il suo interlocutore. «Giuseppe spiega D’Ettore si gioca lo schema dopo di me il diluvio, ma al di là delle litanie sul non succede niente, nel Pd c’è chi si muove, chi pensa ad esempio ad una maggioranza pro Mes o per il recovery fund, che magari sia alla base di un accordo per il Quirinale, in cui un pezzo dei 5 Stelle sia sostituito da Forza Italia. Da noi Letta la teorizza e il Cav nicchia, visto che per ora ha ben altri pensieri. C’è sullo sfondo il nome di Draghi. La freddezza di Berlusconi sull’ex governatore? Solo perché Draghi, sbagliando, non lo ha ringraziato quando lo ha appoggiato».

Così, a ben vedere, il leit motiv di chi alla vigilia del voto ripete un giorno si e l’altro pure, da Dario Franceschini in giù, che non succederà niente, va preso con il beneficio d’inventario. Anche perché chi ne parla, magari dirottando lo stress di una possibile sconfitta tutto su Zingaretti, non nasconde i limiti di questo governo. Anzi. «Non succederà nulla predice l’ex segretario della Cgil, ora in Leu, Guglielmo Epifani anche se questo esecutivo, per usare un eufemismo, non fa niente». Ma in un momento di crisi come l’attuale, in cui devi convincere la Ue sulla bontà dei progetti per il recovery fund che allo stato dell’arte sono ancora acqua fresca, in cui devi decidere sul Mes, in cui devi far ripartire la scuola e fronteggiare una possibile ripresa dei contagi, un esecutivo può star fermo? La risposta è no.

Per cui la questione governo che per comodità alla vigilia del voto si fa uscire dalla porta, dopo il voto inesorabilmente rientrerà dalla finestra: tutti lo negano, ma tutti lo sanno. Ne è consapevole, ad esempio, il ministro per i rapporti co il Parlamento, Federico D’Incà, che ieri ha chiesto aiuto alla capogruppo di Italia Viva, Elena Boschi: «Chiedi ai tuoi oggi di stare in aula, visto che io i miei non riesco a tenerli e non garantisco neppure il numero legale». La verità è che questa maggioranza, al di là della conservazione della poltrona, non ha una prospettiva, non ha un orizzonte nel Paese e non è legata da nessuna solidarietà. La tarantella del premier sull’utilizzazione o meno del Mes (ieri il portavoce Rocco Casalino ha negato l’«apertura» del giorno prima) ne è la comica riprova. E il primo a saperlo è Zingaretti che ha tentato, invano, un accordo con i grillini sulle regionali e pietito, sempre invano, l’approvazione in commissione di una legge elettorale proporzionale prima del referendum sul taglio dei parlamentari. «Nella proposta di alleanza sia in Puglia, sia nelle Marche osservano in coro gli ex 5 Stelle Andrea Cecconi e Paolo Lattanzio il Pd aveva offerto ai grillini in caso di vittoria la metà dei componenti della Giunta e il vicepresidente, indipendentemente dalla percentuale che il movimento avesse ottenuto. Ma non c’è stato niente da fare. Sono teste matte. E ora la maggioranza di governo si deve rimangiare l’ipotesi di diminuire da tre a due il numero dei grandi elettori che i consigli regionali debbono esprimente per l’elezione del capo dello Stato. Se le minoranze nei consigli, che nell’80% delle situazioni saranno giallorosse, non saranno rappresentate, il Pd e i 5 Stelle rischiano di non avere i numeri per scegliere il nuovo capo dello Stato nell’assemblea dei grandi elettori».

E già quelli del «non succede niente», sono quelli che esorcizzano le conseguenze (tante) di un Paese che all’indomani del 21 settembre si ritrovasse ad essere governato in 16 (se non 17) regioni su 20, dalle opposizioni del governo nazionale. Basta immaginare cosa può significare avere i quattro quinti dei governatori «contro» quando per usare l’espressione del Pd, Raciti «a livello sociale verrà meno l’effetto della morfina iniettata con il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione in deroga e si conoscerà l’esatta condizione del paziente: è un problema che Conte e Gualtieri sottovalutano».

Anche perché a guardare il termometro sociale uno si accorge che per vincere i candidati del Pd nelle Regioni si sono inventati disinvolte svolte a destra. «Francamente osserva l’ex sottosegretario piddino, Umberto Del Basso De Caro non so se è più a destra De Luca o Caldoro. Il governatore di sinistra si è fatto appoggiare da 14 liste di destra». «Alla fine osserva il deputato azzurro Luigi Casciello, vicino a Mara Carfagna – il gruppo di maggioranza nel consiglio regionale campano sarà quello degli ex Forza Italia eletti o nelle file di De Luca o di Caldoro. E tra loro ci saranno molti amici di Cosentino». La tattica De Luca è stata adottata anche da Emiliano come estremo tentativo per sopravvivere. «Quello è la battuta sarcastica di Matteo Renzi per vincere avrà fatto accordi pure con CasaPound».

Tattiche, tecnicismi, trovate elettorali non cambiano, però, i limiti di prospettiva dell’arcipelago giallorosso. Limiti che hanno tagliato le ali anche ad alcuni protagonisti. Imbrigliato in un governo incapace, lo stesso Renzi non è riuscito nel suo intento di conquistare terreno al centro. Un’operazione che sta riuscendo, invece, non fosse altro perché è all’opposizione del governo Conte, a Carlo Calenda. «Sto facendo scouting per lui racconta Enrico Costa, ex azzurro approdato da poco nelle file dell’ex direttore di Confindustria e presto arriveranno due deputati del Pd e una serie di parlamentari di Forza Italia: alla Camera faremo un gruppo a due cifre». La conferma viene da Matteo Perego: «L’ho già spiegato a Gianni Letta, per favorire un rassemblement al centro andrò con Calenda».

Tutti movimenti che potrebbero anche far cambiare strategia a Renzi che con il leader di Azione ha cominciato a dialogare da vicino. «La situazione non tiene confida il renziano Marco Di Maio -, dopo il voto si cambia. E si cambia anche Conte. Noi con questo governo abbiamo perso appeal. E in un modo o nell’altro dovremo immaginare un percorso comune con Calenda».

Resta da vedere, però, se verrà meno anche l’altro asso che Conte ha nella manica oltre alla minaccia delle urne, cioè quella miopia strategica di Salvini che ha inchiodato da mesi il leader del Carroccio a richiedere, incessantemente quanto inutilmente, elezioni che non avrà. Dalle parti della Lega, è in corso, nel rispetto della singolare liturgia del partito, una riflessione su un possibile cambio di strategia. I toni diversi nella campagna elettorale di Salvini ne sono un segnale e il cambio potrebbe essere favorito, appunto, dalla vittoria nelle regionali. E la premessa potrebbe essere anche la visita recentissima – di Giancarlo Giorgetti, testa d’uovo leghista, proprio a quel personaggio che per Conte è fumo negli occhi, cioè Mario Draghi.


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