Il “prezzo” per 70 miliardi di contributi è una legge di Bilancio che sia credibile

Il 60% dei sussidi europei dovrebbe arrivare tra 2021 e 2022. Ecco perché non si può escludere a priori l’utilizzo del Mes

La defatigante trattativa al Consiglio Ue di Bruxelles ha sostanzialmente fatto passare in secondo piano il merito delle questioni. Ecco perché è utile ricordare quali siano le cifre in gioco per l’Italia.

In primo luogo, ammesso che si concluda l’accordo a 390 miliardi a fondo perduto e 360 miliardi di finanziamenti, nulla o poco cambia dal punto di vista delle decisioni da prendere e fin qui rinviate. In linea teorica se i grants fossero confermati a 390 miliardi, questo implicherebbe che all’Italia andrebbero circa 82 miliardi di sussidi. Il programma chiave del Recovery Fund è il Recovery and Resilience Facility (che dovrebbe attestarsi a 312,5 miliardi) da cui, secondo le cifre attuali, dovrebbero arrivare tra i 65 e i 70 miliardi di euro, il 60% dei quali nel biennio 2021-2022, dunque una ventina di miliardi di euro all’anno da impegnare per transizione green e digitalizzazione. Insomma, investimenti sulla base di programmi chiari e non bonus a pioggia. Programmi chiari che prevedono la realizzazione di riforme per aumentare il tasso di occupazione, la riduzione dei tempi della giustizia e della burocrazia. Pertanto, un provvedimento come quota 100 (confermato dal Pnr italiano) non è destinato a essere prorogato oltre la scadenza naturale del 2021 in quanto è l’esatto opposto di ciò che l’Europa chiede all’Italia: far lavorare le persone.

I sussidi veri e propri che Bruxelles ci concederebbe fanno parte del programma React Eu, destinato alle aree più colpite, ma al nostro Paese dovrebbero spettare più di 5 miliardi su cui è difficile impostare grandi spese (in ottica clientelare). I 37 miliardi del Mes, ancorché siano un prestito decennale a tasso basso, non sono perciò da scartare perché subito disponibili, a meno di non voler puntare tutto sui 127 miliardi di prestiti di Next generation Eu.

Ultimo ma non meno importante: non esistono pasti gratis. Il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, nella sua ultima newsletter domenicale ha ricordato come nei Paesi nordici non si faccia che dibattere sulle dichiarazioni del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri allorquando accennava sia un possibile abbassamento delle aliquote Irpef che al mantenimento di quota 100. Ora, al di là degli opportunismi politici olandesi e scandinave (Gualtieri sa bene che non si può finanziare un taglio strutturale con un’entrata una tantum come un sussidio o un prestito), l’Italia deve impostare una legge di Bilancio 2021 improntata sulla credibilità più che sul rilancio in quanto questo sarebbe da effettuarsi con i fondi europei. Ma «credibilità» per un Paese come il nostro, purtroppo, è una parola equivoca. Con i decreti Cura Italia, Rilancio e con il prossimo che sarà varato ad agosto si darà il via libera a uno scostamento di bilancio complessivo da 115 miliardi di euro, destinati in massima parte a cassa integrazione, bonus e ristoro delle entrate dei Comuni. La manovra 2021, che parte già all’insegna del Family Act (sconti fiscali per figli a carico) e taglio del cuneo strutturale, deve cercare di bilanciare il più possibile con maggiori entrate le uscite. Perché quei 115 miliardi si tradurranno in 500 miliardi di debito pubblico da rifinanziare nel 2021, cercando di collocarlo a tassi convenienti.


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