Il ritardo sul Recovery rischia di costarci una nuova patrimoniale

L’ultima bozza del Piano di ripresa è ferma. E dal 2023 è già certa un’altra stretta fiscale

L’unica novità degna di nota ieri sera, quando ancora si attendeva l’invio del nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) a Palazzo Chigi, era rappresentata dallo stanziamento di 500 milioni di fondi europei per la realizzazione della diga foranea del Porto di Genova. Una conferma che le risorse di Next Generation Eu saranno usate in larga parte per sostenere investimenti già programmati per non far aumentare troppo il deficit, come vuole il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

La nuova bozza, in ogni caso, dovrebbe tenere conto delle osservazioni di Italia viva e del Pd aumentando la quota destinata agli investimenti tagliando in parte i 55 miliardi inizialmente destinati a finanziare i bonus. Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, oltre alla proroga dello stop ai licenziamenti, ha promesso l’avvio delle Industry Academy, «una rete di istituzioni, imprese e operatori delle filiere dell’istruzione e della formazione e del lavoro che collaborano per colmare il divario di competenze necessarie a soddisfare il fabbisogno occupazionale delle aziende».

L’unico dato di fatto, per ora, è il ritardo. È chiaro che i singoli Pnrr nazionali riceveranno il via libera in primavera visto che Next Generation Eu necessitano ancora di un’approvazione definitiva in sede comunitaria. Ma l’Italia è particolarmente indietro rispetto a Germania e Francia e questa perdita di tempo non gioca a suo favore. Per una questione semplicemente numerica.

La Nadef dello scorso ottobre pronostica, infatti, un balzo del Pil italiano del 6% quest’anno, del 3,8% nel 2022, e del 2,5% nel 2023. Livelli inusitati per un Paese a crescita zero come il nostro grazie agli effetti del Recovery Fund. L’aumento del Pil e il contestuale assestamento del tasso di interesso medio sul debito italiano poco sopra il 2% renderanno gestibile quella massa mostruosa da oltre 2.500 miliardi che a fine 2020 dovrebbe aver raggiunto il 158% del Pil. Se qualcosa andasse storto, per i contribuenti italiani sarebbero dolori. Tutto il quadro macroeconomico tendenziale italiano è costruito sull’assunto che, al più tardi nel 2022, l’Europa tornerà a far rispettare il Patto di Stabilità. E l’Italia conta di arrivare a quell’appuntamento con un debito/Pil calato al 153,4 per cento. Nel 2023 con una manovra restrittiva di 3 decimi di punto di Pil (circa 5 miliardi) si conta già di riportarlo al 151% contando su solidi avanzi di bilancio. Tra fine anni ’20 e inizio ’30 si conta, infine, di riportare il debito/Pil allo stato pre-pandemico del 134,8 per cento.

Dunque se il nostro Paese tarderà a mettere in campo gli investimenti necessari a far ripartire la crescita (sperando che le previsioni siano rispettate visto che già per quest’anno si rischia un meno «esplosivo» +4,7% di Pil), Bruxelles potrebbe obbligare Roma a una disciplina di bilancio più arcigna. Non è il caso, ora, di quantificare cosa accadrebbe in caso di deviazione significativa dal sentiero prospettato. È realistico, tuttavia, ipotizzare che correzioni annue in termini di uno 0,5-0,6% di Pil potrebbero essere giudicate sufficienti a compensare progressivamente gli sbilanci. Questo significherebbe dover assicurare annualmente una decina di miliardi aggiuntivi di gettito fiscale per evitare eventuali procedure per debito eccessivo. Una cifra reperibile introducendo imposte patrimoniali sulla ricchezza e/o sugli immobili come quelle che Leu avrebbe voluto introdurre in manovra. Ecco perché è bene che Conte e Gualtieri si sbrighino.


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