Il sindaco leghista che chiuse l’era Psi e traghettò Milano fuori da Mani Pulite

Ex socialista, fu anche capogruppo del Carroccio alla Camera. Quel 1993 tra tragedie e attentati.

F u l’uomo giusto su una poltrona assai scomoda. Nessuno, solo qualche tempo prima, avrebbe scommesso sul futuro di Marco Formentini, diligente segretario della giunta regionale guidata dall’eterno Piero Bassetti. Formentini era un socialista ligure, affabile e metodico, con qualche spigolosità che lo distanziava dagli eccessi e dalle sguaiataggini di certa Milano da bere.
Il suo orizzonte sembrava ben delineato dentro la cornice immutabile della Prima repubblica. Poi il quadro si ruppe, Mani pulite fece irruzione nella vita pubblica ambrosiana e tricolore, il pentapartito si squagliò come neve al sole – senza rimpianti, almeno allora – e molta ignominia. Non c’era tempo per le commemorazioni, fra un arresto e un avviso di garanzia, ma semmai per qualche repentina conversione al nuovo che premeva.
Lui si era già spostato in direzione della Lega di Umberto Bossi, il 5 aprile 1992 – nemmeno due mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa e l’inizio del terremoto giudiziario – approdava alla Camera diventando il primo capogruppo del Carroccio, la vera novità di quella stagione di cambiamento e scombussolamento.
L’anno dopo, 1993, il più cupo della Rivoluzione in toga, fu catapultato a Palazzo Marino, fra le macerie di un passato livido e gli spasimi di un futuro incerto.
La Milano del Garofano era sparita: Paolo Pillitteri aveva provato a ironizzare alla sua maniera sugli importi astronomici delle mazzette che gli contestavano, così esagerati da non poter finire per mancanza di spazio nella tasca di una giacca, ma quello non era il tempo dei dettagli e dei sorrisi sofisticati. Game over per lui, per Carlo Tognoli, insomma per una dinastia di sindaci del Psi, e anche per l’ufficio del leader del partito, Bettino Craxi, sui tetti di Piazza Duomo, a simboleggiare un potere intramontabile. C’è un gesto che simboleggia il sipario sulla scintillante Milano socialisteggiante; è il 20 giugno ’93, giorno dell’incoronazione di Formentini: il primo cittadino e Bossi si affacciano da un balcone di Piazza Duomo e Bossi guarda verso gli uffici un tempo affollatissimi e ora in disarmo di Piazza Duomo 19, con uno sguardo che dice tutto.
Non è facile oggi comprendere lo sconquasso di quei giorni. Un mese dopo, fra il 20 e il 27 luglio, la città vive una settimana terrificante: il 20 Gabriele Cagliari, uno dei grandi nomi della nomenklatura craxiana, si suicida nel carcere di San Vittore, dove è detenuto da mesi, infilando la testa in un sacchetto; il 23, in simultanea con i suoi funerali, arriva la notizia che pure Raul Gardini, motore di uno dei gruppi industriali più importanti del Paese, si è sparato a un passo dall’arresto nei sontuosi saloni della sua lussuosa residenza vicino al Duomo. Infine, il 27 una bomba di matrice mafiosa provoca la strage di via Palestro.
I resti della corte craxiana si trasferiscono nel «ridotto» di Hammamet, fra rancori e processi fragorosi, come quello a Sergio Cusani in cui Arnaldo Forlani si ritrova sotto l’albero di Natale di quell’interminabile ’93 con la bava alla bocca in balia di Di Pietro.
«Di Pietro, Colombo andate fino in fondo», gridano i girotondini fuori da Palazzo di giustizia e però da qualche parte si deve pur ripartire. Ci vuole un compromesso fra rottura e ricostruzione, fra il vecchio e il nuovo che si volta all’indietro per puntellare il proprio consenso.
La Lega di lotta e di governo, forza secessionista ma presto integrata col centrodestra, irrompe nei Palazzi, come i Cinque stelle venticinque anni dopo. Formentini è il primo sindaco eletto direttamente dal popolo battendo Nando dalla Chiesa, espressione, più o meno, della gioiosa macchina da guerra occhettiana che l’anno dopo sarà battuta a sorpresa dall’altrettanto emergente Silvio Berlusconi.
Così, oggi Milano piange il sindaco di quell’epoca tumultuosa di scomposizione e restaurazione, scomparso ieri a 90 anni. Formentini è la sintesi di quel periodo difficile e confuso, con la Lega a comandare nella metropoli prima di cedere lo scettro a Forza Italia, a Gabriele Albertini e Letizia Moratti. Quattro anni, dal ’93 al ’97, segnati dalla pedonalizzazione dell’area compresa fra Piazza Duomo e Piazza San Babila, poi dai progetti di sviluppo della metropolitana, dallo sfratto del Leoncavallo, ma soprattutto dalla sperimentazione di una giunta costruita fuori dal perimetro dei grandi partiti. Ecco lo storico dell’arte Philippe Daverio alla cultura, l’economista Marco Vitale al bilancio, il professor Marco Giacomoni ai servizi sociali, Walter Ganapini all’ambiente. E poi accanto al borgomastro si fa notare la first sciura Augusta, da cui Formentini ha avuto tre figli, scomparsa nel 2012.
Nel ’97 Formentini, primo e unico sindaco leghista sotto la Madonnina, corre in solitaria sotto il vessillo del Carroccio, ma perde al primo turno e lascia il bastone ad Albertini che ridisegnerà lo skyline della metropoli. Ma quella è un’altra storia, legata al vento berlusconiano.
Come spesso capita nella storia, l’interprete di quella stagione non trova posto sul palcoscenico del nuovo ordine che si sta consolidando, dopo la fine della tempesta giudiziaria. L’europarlamentare rompe con la Lega, passa ai Democratici di Arturo Parisi, poi alla Margherita. Rimasto vedovo, si risposa nella Milano di Giuliano Pisapia che celebra il rito.
«Formentini è stato un sindaco di cui Milano può essere orgogliosa», afferma Giuseppe Sala. «Buon viaggio, Marco», è il congedo di Matteo Salvini, capo di una Lega assai diversa da allora.


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