In prima linea contro il covid: “Io infermiere contagiato, pensavo ai colleghi che non ce l’hanno fatta”

Tredici ore. Tanto è durato l’ultimo turno di lavoro di Lidia. Siciliana di Sciacca ma residente in provincia di Bergamo da anni, Lidia Liotta, 55 anni, lavorava in una casa di riposo della zona come caposala. E lì ha continuato ad andare tutti i giorni, finché non ha contratto il covid-19. Aveva la febbre già prima di andare in ospedale. E’ morta a metà aprile, dopo un mese di ricovero a Brescia. Lidia è una delle decine di operatori sanitari morti dopo aver lottato in questi mesi in prima linea contro il coronavirus. Secondo uno studio dell’Inail da fine febbraio al 4 maggio sono stati 37.352 i contagi sul lavoro da covid-19, di cui il 73,2 per cento tra il personale sanitario. Di questi il 43,7 per cento tra infermieri e fisioterapisti. A perdere la vita, invece, secondo un primo censimento di NurSind, il sindacato autonomo delle professioni infermieristiche, almeno 34 infermieri. Ma si tratta di una stima inevitabilmente al ribasso: le morti per coronavirus in questa categoria – secondo lo stesso sindacato – sarebbero anche il triplo. 

Ed è a loro che i colleghi di tutta Italia hanno voluto dedicare la giornata nazionale dell’infermiere, oggi 12 maggio, realizzando alcuni video-tributo (per la Toscana a dare voce al loro sacrificio è stato Andrea Bruno Savelli, autore e regista teatrale). “Abbiamo ritenuto doveroso ricordare il grande sacrificio di chi ci ha lasciato. Siamo vicini alle famiglie di coloro che sono caduti e continueremo a combattere al fianco dei lavoratori, anche perché sia riconosciuto il valore di chi si è trovato suo malgrado a diventare un eroe” spiega Giampaolo Giannoni, segretario Nursind Toscana, dove sono mille i contagiati tra gli operatori sanitari, soprattutto nella zona di Massa, Lucca e della Toscana centrale dove si è avuto il maggior numero di casi totali. In queste aree gran parte degli operatori – spiegano dal sindacato – avrebbe “incrociato” il virus nel trasferimento dalle corsia alle rsa (residenze sanitarie assistite), quando la Regione se ne è temporaneamente fatta carico dopo che le residenze per anziani sono diventate uno dei focolai dell’epidemia. 

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La maggior parte dei decessi tra gli operatori sanitari, calcola sempre il sindacato, è stata registrata nelle regioni più colpite dall’epidemia: 10 in Lombardia, 3 in Piemonte, 2 in Veneto, 1 in Emilia Romagna e così via. E poi la Campania, con 5 morti. “Purtoppo noi infermieri – ribadisce Andrea Bottega, segretario nazionale NurSind – siamo diventati nostro malgrado vettori del contagio per tre motivi: la difficoltà nel reperire dispositivi di protezione individuale unita, in un primo momento, all’assenza di regole chiare e precise, a cui si è aggiunta la mancanza dei tamponi, per individuare e isolare i positivi, anche tra il personale sanitario”.
 
Un cortocircuito che ha finito per alimentare l’infezione, che ha continuato a camminare sottotraccia per settimane. E che è costata la vita a decine di lavoratori. E se c’è chi, come Elena Nitu Rodica, 40 anni, emigrata 15 anni fa dalla Romania in Italia, dove lavorava come infermiera nel reparto dialisi in un ospedale di Cremona, è morta, da sola, in un letto d’ospedale di Milano, c’è anche chi, purtroppo, in ospedale non è mai arrivato. Come la connazionale Nicoleta Corina Berinde, infermiera in una casa di riposo di Beinasco in provincia di Torino, ritrovata senza vita in casa dai vigili del fuoco, dopo l’allarme lanciato dal fratello. Nicoleta, che si era messa a disposizione per assistere i pazienti covid, non avrebbe ricevuto la sorveglianza di protocollo prevista dalla asl. 

Ma, ora che alcuni reparti covid, nati durante l’emergenza, vengono chiusi per la drastica diminuzione di pazienti che necessitano della terapia intensiva e che l’onda lunga del coronavirus sembra aver perso forza a preoccupare sono anche le ricadute psicologiche di questi mesi: “Da una prima mappatura condotta in queste settimana – spiega Bottega – è emerso che 1 operatore sanitario su 2 presenta sintomi compatibili con la sindrome da burnout, ovvero stress da lavoro”. 

La pandemia, infatti, ha finito per aggravare una situazione già difficile: tra turni infiniti e carenza di personale, infatti, gli operatori sanitari lavoravano tutti i giorni tra molti ostacoli. Si stima che solo in Toscana manchino all’appello circa 5000 infermieri. “Abbiamo dovuto affrontare un’emergenza nell’emergenza – conferma Giannoni – In genere ci vogliono mesi per formare un infermiere di terapia intensiva ma in queste settimane la specializzazione è avvenuta a tempo 0, con il collega più anziano che ha fatto da insegnante a quello più giovane”. 

E se da una parte è iniziata la fase 2, c’è ancora chi lotta per la vita. Anche tra i sanitari. E anche chi, dopo un’odissea lunga 51 giorni e due tamponi negativi, è potuto finalmente tornare a lavoro. Come Claudio Cullurà, 56 anni, sindacalista Nursind di Arezzo e coordinatore degli infermieri del pronto soccorso di Montevarchi, uno degli ospedali che per primo in Toscana si è trovato ad affrontare l’emergenza: qui la tenda pre-triage per accogliere i casi sospetti è comparsa già a fine febbraio. “Ho scoperto di essere positivo il 13 marzo, mi è caduto il mondo addosso – racconta Claudio – e dopo i 25 giorni di isolamento in casa sono stato ricoverato perché avevo la febbre tutte le notti. Stavo bene solo in apparenza”. “Quando ti ammali, ma in forma lieve, la tua vita cambia, – prosegue, dipendi dagli altri, dall’amico che ti lascia la spesa fuori casa o dai familiari che vanno per te in farmacia a prendere ciò che ti serve”. “La cosa peggiore, però, è che ti senti male perché hai lasciato i colleghi senza guida, nel pieno di un’emergenza. Ma soprattutto ti senti in colpa nei confronti di chi non ce l’ha fatta. Non siamo eroi, ma solo professionisti che hanno lavorato con responsabilità fin dal primo istante. E oggi non c’è niente da festeggiare”.



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