Incognite su scuola e trasporti. E Conte chiama gli scienziati

Il premier ha voluto incontrare i membri del Comitato tecnico. Si andrà in classe. Ma pesa la curva dei contagi

La crescita dei contagi significa incertezza per l’apertura dell’anno scolastico. E se si delineasse lo scenario più catastrofico, cioè un rinvio o una ripresa delle lezioni in remoto, la maggioranza di governo perderebbe la faccia su un argomento che tocca dal vivo la quotidianità di otto milioni di studenti e relative famiglie. Il messaggio lanciato dal governo dev’essere ovviamente rassicurante: la scuola riapre il 14 settembre. Lo sa bene il premier Giuseppe Conte che ieri, subito dopo essere rientrato da Amatrice, ha indetto una riunione d’urgenza con i membri del Comitato scientifico, per vederci più chiaro sull’andamento dell’epidemia, a cui si sono aggiunti i ministri dell’istruzione Lucia Azzolina, quello della Sanità, Roberto Speranza, il ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Convocato anche il Commissario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, che ha assicurato l’arrivo dei primi lotti di banchi monoposto dal 7 settembre: si parte dal Nord, quello con più contagi e meno spazi. L’app Immuni, invece, zoppica, ha superato 5 milioni di adesioni ma per la sua efficacia bisogna raggiungere quota dodici.

Agli esperti, invece, Conte chiede previsioni sui contagi. Nessuno ha la bacchetta magica, c’è ancora aria di vacanze e le somme si tirano a fine mese. Agli altri ministri, per le rispettive competenze, il premier chiede invece un’accelerazione. Troppe dichiarazioni fuori luogo e litigi a distanza (vedi Azzolina e Salvini) distraggono dall’obiettivo: riaprire le aule a tutti i costi anche se il comparto è sotto sopra. Ogni scuola cerca di arrangiarsi ma troppi istituti brancolano nel buio: non sanno che arredi devono usare, dove organizzare le lezioni, con quale distanziamento, quando e a chi far indossare la mascherina. Risultato: latitano le circolari di inizio lezioni sui siti delle scuole. Tanto che studenti e genitori non sono così tanto sicuri che la campanella possa suonare a settembre.

Del resto, su questa decisione, pesa come un macigno la curva dei contagi, in salita. Un trend prevedibile ma anche pericoloso, perché non si sa se sarà arginato dopo l’ondata di arrivo dei vacanzieri, quasi tutti giovani. Spesso si sono infettati all’estero nelle zone a rischio, o facendo i cretini ammassati in spiaggia e in discoteca. Già, perché sono loro i «colpevoli»: i giovani. Certo, non vanno criminalizzati per un drink o la loro voglia di libertà dopo due mesi tappati in casa. Ma se il risultato di questa ribellione di massa fa schizzare i contagi su tutto il territorio, viene messo a rischio il benessere dell’intera collettività. Per fortuna la tenuta del Sistema sanitario non è messa in discussione. Per il momento, gli ospedali non sono sotto stress e si sono preparati ad una eventuale ondata: aumentano i reparti Covid e predispongono strutture modulari che si trasformano in terapie intensive laddove ce ne fosse la necessità.

L’incognita però quella dei rientri. Il ministro Speranza è intervenuto sulla chiusura totale delle discoteche quando però il danno era stato fatto e ora, l’adozione dei test negli scali, sta tracciando i contagi di ritorno legati a comportamenti dissennati. Sono stati attivati i tamponi per gli arrivi dalle aree a rischio, come la Spagna e altre zone del mediterraneo, mete di riferimento per i più giovani (vedi Grecia, Croazia e Malta). Ma in questi giorni abbiamo assistito al balletto dei test sui vacanzieri, chi li fa, a chi e come? Negli aeroporti c’è confusione e lungaggini e la Sardegna, vittima di turisti incauti, ha litigato con il Lazio sulla necessità di controlli. Ogni porto decide da solo. I tamponi si fanno a Civitavecchia ma non a Genova. Oggi però anche Livorno e Piombino si attivano con i test. Ma tanti vacanzieri, ignari della propria positività, potrebbero ormai essere tornati a casa.

C’è poi il nodo trasporti. Chi li porta a scuola i ragazzi? Gli autobus e le metrò sono attrezzati per evitare ammucchiate nelle prime ore del mattino, quando il mondo si mette in moto per raggiungere scuole, uffici e posti di lavoro? Chi deve decidere se far scaglionare le entrate a scuola e dunque riorganizzare i trasporti? Servirebbe una voce univoca. Ma l’autonomia regionale lascia il posto a quella delle scuole. E ognuno va per la sua strada.

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