Io ti cercherò, dannazione e rinascita di un padre

(ANSA) – ROMA, 26 NOV – MASSIMO BAVASTRO, IO TICERCHERO’
(Longanesi, 345 PP., 16,90 EURO) Io ti cercherò è uno di quei
libri che si divorano, perché ha una trama coinvolgente, attenta
al dettaglio e non priva di colpi di scena, ma soprattutto
perché va a toccare i sentimenti più profondi, con tutte le loro
contraddizioni.
    E’ impossibile non solidarizzare con Valerio, l’ex poliziotto
protagonista del romanzo, vittima un po’ degli altri, un po’ di
se stesso, ridotto a una larva umana per le ingiustizie subite,
ma soprattutto per il rimorso, costretto com’è a continuare ad
andare avanti solo per portare a termine la sua missione. Non ha
tempo di prendersi cura di sé. Il suo cuore malato può anche
fermarsi definitivamente, deve dargli solo il tempo di capire
chi ha ucciso suo figlio Ettore, ma prima ancora chi era suo
figlio.
    Tratto dalla omonima serie, andata in onda su Rai1, il nuovo
libro di Massimo Bavastro, che ha scritto anche la sceneggiatura
con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Monica Rametta, va
oltre la versione televisiva del giallo, ambientato in una Roma
cupa, sciatta, palcoscenico meraviglioso di vite disperate.
    L’autore scava nei personaggi, nei loro pensieri, nelle loro
paure, nelle loro debolezze, ma soprattutto nel rapporto, unico
e tragico, tra padre e figlio. Un padre non è altro che un uomo
che fallisce ogni giorno, che cresce prima ancora di far
crescere, scrisse Michael Chabon in “Uomini si diventa”. Così
Valerio riesce a trovare la vera essenza delle cose, a liberarsi
della corazza che gli impediva di andare oltre, solo superando
il dramma della morte.
    L’autore descrive il plasmarsi a vicenda tra padre e figlio,
il crescere all’unisono, la tenerezza dei gesti e delle parole.
    La magia dell’essere genitori. E allo stesso tempo richiama
l’assoluta caducità di ogni cosa. La maledizione dell’essere
umano che si lascia sfuggire tutto dalle mani in un attimo,
quasi impotente. Valerio perde gli affetti, la ragione stessa
della vita, per orgoglio, ostinazione, a volte semplicemente per
stupidità, per rendersi conto troppo tardi di aver mandato
tutto, forse definitivamente, in malora.
    E’ un uomo cresciuto tra le certezze della famiglia, il
rispetto della divisa, ha una vita segnata. Solo quando viene
ingiustamente espulso dalla polizia, comprende l’ipocrisia di
quella comunità che lo lascia solo di fronte al mondo, dove a
prenderlo per mano può essere solo Sara, che lo ama di un amore
impossibile, interrotto. “Forse in un’altra vita”, chissà. In
questa Valerio è svuotato. Quel figlio gli tendeva la mano e lui
non l’ha mai presa.
    Ettore non ha scelto la divisa, frequenta i centri sociali,
soccorre gli immigrati, sostiene la loro causa anche a costo di
infrangere le regole. E’ dall’altra parte della parte della
barricata, anche quando occupa un edificio abbandonato nella
periferia romana, per dare ospitalità e una speranza ai
disperati di questo mondo, e suo padre è tra gli agenti
schierati per farlo sgomberare. Valerio è l’immagine dei
poliziotti degli scontri di Valle Giulia, descritti da Pier
Paolo Pasolini: vestiti come pagliacci, senza più sorriso, senza
più amicizia col mondo, separati, esclusi, umiliati dalla
perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti.
    Ettore gli parla invano, cerca di fargli comprendere che la
verità non è mai scontata. Che la legge può essere anche
ingiusta, perché difende interessi malati e opprime i deboli. E’
l’eterna lotta tra il potere e contropotere, che spesso vede
schierati su fronti opposti uomini solo apparentemente diversi.
    Valerio lo capisce troppo tardi, ma lo capisce, in una
catarsi che si compie proprio in un centro sociale. Frequenta
gli amici del figlio, entra nel suo mondo, si rende conto
finalmente di chi era e di quali erano le sue ragioni. Al
lettore resta da immaginare che possa portarle avanti nel resto
nella sua vita, per la memoria del figlio e per il futuro del
nipote. Il seme piantato da Ettore, simbolo di speranza e ultimo
regalo per un padre che non vedrà mai più. (ANSA).
   


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